Nella Bolla di convocazione dell’anno giubilare della misericordia, papa Francesco presenta Gesù Cristo come il volto della misericordia del Padre e ci invita ad essere misericordiosi come il Padre e missionari della misericordia.
Servendoci delle parole di Fratel Gabriele Taborin e delle testimonianze di coloro che l’hanno conosciuto, presentiamo alcuni tratti del volto misericordioso di Fratel Gabriele che possono aiutarci a vivere, partendo dalla nostra spiritualità, questo grande momento ecclesiale centrato sulla misericordia divina, con alcune implicazioni per la nostra vita.

Due momenti vissuti intensamente da Fratel Gabriele

Image miséricorde italien 1Due momenti, tra altri, segnarono la vita di Fratel Gabriele in relazione alla misericordia divina e nei quali si coinvolse personalmente per aiutare le persone a vivere la riconciliazione e ritornare a Dio.

Il primo fatto avvenne a Jeurre (Giura), quando era giovane ed agli inizi della fondazione del suo Istituto. Alcuni anni dopo egli stesso racconta questo episodio della sua vita. “Nel 1822, uno dei nostri vicini, che la sua grande pietà portava a tendere alla perfezione, entrò in una Comunità religiosa per dedicarsi a Dio. Due anni dopo la sua ammissione andammo a trovarlo nel monastero dove viveva felice e dove edificava, per la sua pietà e la sua regolarità, i confratelli e tutti quelli che lo vedevano. Lo ritenemmo noi stessi come un santo religioso e lo era in effetti. Ma i suoi Superiori lo posero a capo di una casa dove c’era una grande biblioteca ed il giovane religioso si pervertì leggendo “alcuni libri che rinchiudevano il veleno dell’immoralità e dell’empietà.” “Un giorno, mentre facevamo catechismo ai nostri cari alunni in chiesa – continua Fratel Gabriele – ad un tratto apparve in fondo alla chiesa il giovane di cui abbiamo parlato. Quando finimmo il catechismo entrammo nella sagrestia, dove egli ci raggiunse. Non potemmo trattenere le nostre lacrime nel vederlo così cambiato…, ed egli stesso ci spiegò ciò che gli era capitato. Le nostre lacrime colavano durante questo racconto. Cercammo di spingerlo al pentimento, parlandogli della grande bontà di Dio e della sua infinita misericordia verso i peccatori pentiti, ricordandogli la bellissima parabola del figliol prodigo; infine ci offrimmo di fare dei passi per ottenere noi stessi il perdono dai suoi superiori, perché potesse essere reintegrato nel suo monastero e riparare i suoi disordini, fare penitenza e ridivenire felice; ma, benché il suo cuore fosse toccato dalle nostre pressanti esortazioni, tutto fu inutile”.

Fratel Gabriele racconta anche la fine disgraziata di questo giovane e mette in guardia i Fratelli sul pericolo delle cattive letture. (Circolare del 1853).

Il secondo episodio si verificò nella famiglia stessa di Fratel Gabriele. Francesco, suo fratello maggiore, trascurava la vita cristiana. “Il degno Fondatore ne soffriva assai e si recava ogni tanto dal Parroco di Belleydoux per sapere se questa pecora smarrita fosse ritornata all’ovile. Ma ahimè! i risultati non corrispondevano ai suoi desideri. Doveva egli stesso riportarlo a Dio. E difatti, Fratel Gabriele lo invitò a trascorrere alcuni giorni a Belley durante i quali parlarono e parlarono di tutto… ed alcuni giorni dopo Fratel Gabriele comunicò al parroco di Belleydoux l’esito delle conversazioni in questi termini: “Signor parroco. Da parecchi anni avevo un dispiacere in famiglia causato dalla pigrizia e dall’indifferenza che mio fratello Francesco metteva nell’adempimento dei suoi doveri di cristiano; ma oggi ho la consolazione di annunciarle che il buon Dio aveva uno sguardo di misericordia su questa persona. Il giorno prenotato per prendere la vettura per il ritorno, si è ammalato. Non ho trascurato niente per fargli capire dove sarebbe finito se fosse morto senza avere messo ordine nella sua coscienza. Mi disse che lo desiderava da molto tempo e che soffriva per il suo ritardo. Mi pregò di aiutarlo a fare l’esame di coscienza e di mandargli un confessore. Mi affrettai a far venire il R. P. Ducharne, religioso marista e confessore straordinario della nostra comunità. Il cuore del malato, come il mio, si è commosso vivamente durante questo atto religioso, che rinnoverà, lo spero, ogni tanto, così come egli mi ha promesso. Ho infatti la speranza che persevererà nei buoni sentimenti che sembra averne ricavato”. (Lettera al P. Mermillod, 29 Febbraio 1844).

Francesco morì poco tempo dopo nell’Ospedale Generale di Lione, ben curato ed in pace.

Un Superiore con volto di padre…

Se leggiamo l’ultima parte del testo di Fratel Gabriele sullo “spirito di famiglia”, notiamo che il Superiore appare come un padre: “Il religioso che è animato da questo spirito di corpo e di famiglia, guarda la sua Congregazione come sua madre ed il Superiore come il padre che l’ha generato alla vita religiosa”. (Circolare n° 21, 1864). Fratel Gabriele amava presentarsi come un padre tra i suoi bambini: “Poiché è piaciuto alla divina Provvidenza di porci in mezzo a voi come un padre tra i suoi bambini, come una sentinella che veglia su ciascuno di voi, sentiamo la necessità per noi di riempire con tanto zelo ed altrettanta fedeltà i doveri imposti da una tale missione che, ahimè! è al di sopra di ogni nostro merito e delle nostre forze” (Circolare n° 5, 1849). E al tempo stesso invitava ogni anno i Fratelli a riunirsi intorno a lui: “E’ un amico, un padre tenero che vi invita; è, del resto, così dolce per i Fratelli essere riuniti sotto lo stesso tetto, pregare ai piedi dello stesso altare, che pensiamo che ciascuno di voi accoglierà il nostro invito con grande gioia e somma sollecitudine”. (Circolare n° 4, 1846). E così voleva pure essere visto e accolto dai Fratelli: “I vostri auguri sono stati i più graditi, perché li avete attinti in fondo al cuore. I vostri sentimenti al nostro riguardo, beneamati Fratelli, ci rendono felice e ci incoraggiano nei nostri lavori e nei momenti delle nostre pene; ci mostrano, inoltre, che siete animati tutti da uno spirito buono e che sapete riconoscere in noi un amico, un padre, oltre che un Superiore”. (Circolare n° 17, 1861),

…che riceve il perdono di Dio nel sacramento e che invita gli altri a viverlo…

Nella Vita di Fratel Gabriele troviamo questa testimonianza impressionante: “Lo sapevamo già; ma il canonico Desseignez, suo confessore, ci ha detto, qualche tempo dopo la morte di fratel Gabriele: “Quale fede in fratel Gabriele nel santo tribunale della penitenza! Egli tanto è grande quando si tratta della direzione del suo Istituto, tanto è umile e sottomesso al suo confessore: era un vero agnello. Si vedevano distintamente due uomini in lui: il cristiano perfettamente sottomesso e l’uomo incaricato di dirigere una comunità.”

Attraverso i suoi insegnamenti, Fratel Gabriele voleva che i Fratelli si accostassero come lui ai sacramenti dell’eucarestia e della riconciliazione. “Tra i sacramenti, ce ne sono due che devono attirare l’attenzione del Religioso in modo del tutto speciale, perché, per il suo stato, è chiamato a riceverli più frequentemente degli altri fedeli: sono i sacramenti della penitenza e dell’eucarestia. In questi due sacramenti N. S. Gesù Cristo ci manifesta in modo tutto particolare l’effetto della sua grande misericordia e della sua infinita bontà” (NG 410). “Niente piace di più a Dio della disposizione di un uomo che, riconoscendosi peccatore ed indegno di ogni grazia, si fa, della sua indegnità stessa e della sua miseria, un titolo per avere accesso a quella misericordia infinita che i più grandi crimini non possono esaurire; a quella stessa misericordia che invita con una tenerezza inconcepibile i peccatori più disperati e che si comunica ad essi in maniera proporzionata alla fiducia con la quale si avvicinano a lei”. (Circolare n° 21, 1864).

Il Fondatore approfittava soprattutto dei ritiri per stimolare il fervore dei suoi religiosi. Non si stancava di raccomandar loro il pentimento. Ripeteva loro frequentemente: “Sarà una delle migliori preparazioni per il ritiro durante il quale purificherete la vostra anima nelle acque divine del sacramento della penitenza che Gesù Cristo ha istituito, nella sua grande misericordia, per rimettere i nostri peccati che ci chiuderebbero l’entrata del cielo.”

(Circolare n°20, 1863).

In quella stessa Circolare trasmette loro l’ esperienza profonda della misericordia di Dio: “Vedremo Dio e in Dio ammireremo le effusioni di questa bontà divina su noi durante la nostra vita e nel corso dei nostri tristi smarrimenti: tanti tratti segnati di questa misericordia infinita che ci ha richiamati con tanta sollecitudine dopo il nostro peccato, che ci ha ricercati con tanto ardore nella nostra fuga, che ci ha aspettato con tanta pazienza nelle nostre lentezze, che ci ha ricevuti con tanta tenerezza al nostro ritorno”. (Circolare n°20, 1863).

…che segue i passi del Buon Pastore ed invita i Fratelli a fare altrettanto…

Diceva ai Fratelli: “Il nostro compito ci obbliga a vegliare costantemente, come il Pastore, a che adempiate coscienziosamente e con un santo zelo tutti gli obblighi che avete contratto abbracciando la vita religiosa; noi ci dedichiamo, per quanto è nel nostro potere, a questa missione, e noi abbiamo la dolce soddisfazione, carissimi Fratelli, di vedere che generalmente portate a compimento ciò che Dio ed il nostro santo stato richiedono. Continuate ad essere dei buoni cristiani dunque e dei buoni religiosi, perché è solamente così che potrete essere vincitori del nemico della salvezza e di voi stessi, amici di Gesù ed eredi del paradiso, che dobbiamo tutti cercare di ottenere con una vita santa e, se necessario, a prezzo del nostro sangue”. (Circolare n°6, 1850).

E come un’applicazione concreta, il suo biografo scriveva: “Come il buon Pastore, il nostro venerato Padre lasciava tutto per correre dalle pecore smarrite, o in pericolo di perdersi”.

“Un fratello direttore si trovava in questa situazione. Questo povero fratello aveva avuto la disgrazia da alcuni anni di mancare di sincerità e di franchezza con il suo superiore. Non volendo essere infedele alla sua vocazione e non osando venire a Belley per esporre il suo triste stato, prese la saggia decisione di scrivere una lettera al pio Fondatore, facendogli conoscere la sua situazione e il suo desiderio di fare bene. Il Fondatore, che aveva già altri motivi di lamentele per questo fratello, vide la mano di Dio in questa apertura e non perse tempo. Fissò immediatamente un appuntamento nella città di X, distante da Belley parecchie leghe e la raggiunse immediatamente da solo. Qui vide il fratello che ritrovò nel suo superiore la bontà e la tenerezza del Padre del figliol prodigo. Ritrovò quella pace dell’anima, quella felicità di cui aveva goduto nei suoi primi anni di vita religiosa, e tutto felice tornò nella sua comunità.”

Fr. Gabriele raccomandava a tutti i Fratelli questo stesso atteggiamento del Buon Pastore a proposito dei confratelli in difficoltà: “Prima di lasciare il vostro posto, guardatevi intorno e vedete con l’occhio della carità se non c’è qualche pecora che voglia scappare e smarrirsi dal caro gregge che il Signore ci ha affidato, sebbene ne fossimo indegni. Ah! se ne incontraste una sola che volesse fuggire, corretele dietro, e, se ha paura, rassicuratela; se non può camminare, caricatela sulle vostre spalle per riportarla all’ovile: e ciò vi darà qualche somiglianza al divino Pastore delle nostre anime. Sì, carissimi Fratelli, portate con voi questo Confratello che è l’immagine della pecora di cui abbiamo appena parlato… Assicurate anche a questo Fratello infedele che lo riceveremo con bontà, che avrà parte al nostro affetto paterno, che sarà durante il ritiro, come le altre pecore del gregge, ammesso ai pascoli del Signore, inondato dalla grazia divina e fortificato dai sacramenti”. (Circolare n°10, 1854).

Ma in alcuni casi l’atteggiamento del Buon Pastore non può tollerare il male, ed allora deve esortare e deve correggere. Lo vediamo, per esempio, nel caso della cattiva condotta di alcuni Fratelli: “Le notizie che ben volete darmi e delle quali io vi ringrazio mi affliggono profondamente; spezzano il mio cuore e lo riempiono di tristezza. La grazia, assai più dei nostri avvertimenti comuni, potrà riportare i due poveri giovani di cui mi parlate al dovere; uniamo dunque le nostre preghiere affinché possano ottenere questo dono celeste, ed affinché non vi pongano resistenza. Vado a far loro alcune raccomandazioni forti, e se vedo che voi, venerabile cappellano ed io, abbiamo predicato nel deserto, sarà solo allora che sarò senza misericordia e che mi deciderò, non a spostarli di comunità, ma a rinviarli dal nostro Istituto; perché mi sento preso in giro quando si devia dalla Regola. Vogliate tenermi bene informato della loro condotta, e non lasciate loro nascosta la mia determinazione” (Lettera del 03-06-1848 alla Superiora delle Sorelle della Carità di Beaune – Costa d’Oro).

“Sebbene alcuni non si siano sempre comportati come avrebbero dovuto, la vostra eminente carità anche verso questi, mi ha portato ad essere indulgente verso di essi, ricordandomi i passi evangelici ­dove il nostro divino Salvatore si mostra misericordioso verso i peccatori. Questo effetto della vostra bontà pastorale, mio venerato Parroco, mi ha commosso profondamente. Seguirò i vostri consigli e riceverete come me la ricompensa del nostro Padre celeste. Sarò indulgente ma senza debolezza e con discernimento, perché è talvolta necessario fare delle terapie e togliere dal gregge le pecore nere”.

(Lettera del 30-11-1863 al Parroco di Sant’Agostino, Parigi).

…che sa utilizzare la medicina della misericordia…

Fratel Federico scrive: “Il pio Fondatore ebbe cuore compassionevole per i peccatori pentiti, e ciò gli attirò alcune critiche. L’umiltà del colpevole, il suo pentimento, lo commuovevano soprattutto se prevedeva che in seguito avrebbe tenuto una buona condotta. Aveva imparato ciò da Monsignor Devie: “Figlio mio, gli diceva il santo Prelato, quanti peccati mortali evitate agendo con indulgenza. E quand’anche faceste evitare un solo peccato mortale, quale felicità sarebbe per voi.” Fedele a questa raccomandazione del santo Prelato, il pio Fondatore ebbe il cuore tenero per gli infelici colpevoli. No, non avrebbe spezzato il giunco rotto, né spento la fiammella che fumava ancora, quando soprattutto in una prima trasgressione grave vedeva più debolezza che malizia. Scusava dunque volentieri. Ma se ci si ostinava o se si ricadeva negli stessi errori, allora compiva il suo dovere, per non lasciare una pecora nera in mezzo ai suoi fratelli. Questa condotta non fu approvata da tutti; anche nel vangelo non si vede che San Giovanni e san Giacomo chiedono al Signore di fare cadere il fuoco del cielo sulle città che non ricevevano la loro testimonianza? Il divin Maestro li riprese e disse loro che non era venuto per perdere gli uomini, ma per salvarli e che bisognava esaminare da quale spirito erano animati. Questo si verificò soprattutto nei primi tempi in cui Monsignor Devie intercedeva talvolta per i colpevoli. Diciamo tuttavia che quando si trattava di errori contrari ai buoni costumi il rinvio non si discuteva. Tuttavia crediamo che il Fondatore oltrepassasse talvolta gli orientamenti ricevuti.”

…che chiede e che offre il perdono…

“Altre volte, gli è capitato di chiedere perdono ad un semplice fratello a cui aveva parlato un po’ bruscamente”, ci riferisce Fratel Prudenzio Arod, che aggiunge poco dopo: “Sotto i modi che sarebbero sembrati un poco bruschi a certi spiriti delicati, si vedeva trapelare l’amabile virtù della dolcezza.”

Nella corrispondenza di Fratel Gabriele troviamo frequentemente delle richieste di perdono; alcune possono essere considerate semplicemente come espressione di buona educazione in seguito ad una mancanza di puntualità o in altre circostanze. Ma ci sono occasioni dove la richiesta di perdono è più formale e si sente un vero pentimento. Scrive a Monsignor Devie: “Che la vostra volontà e quella di Dio si compiano in tutto, Monsignore, e non quella del povero Fratel Gabriele che vi chiede perdono delle sue impertinenze così spesso moltiplicate; e vi prego di credere che sento ad ogni istante tutto il valore di ciò che il vostro zelo e la vostra carità vi portano a fare per la nostra congregazione di cui siete l’anima. Mi considero l’umile ed obbediente figlio d Sua Eccellenza”. (Lettera del 28/01/1839)

In molte altre occasioni offre un generoso perdono, anche in circostanze difficili: “Signor Parroco: è difficile dirvi quanta è stata la mia pena per la condotta inattesa che avete avuto verso la nostra Società ed il suo superiore, per i propositi così insoliti in un uomo del vostro rango. Vi comunico, Signor Parroco, che sono costretto a rompere ogni specie di relazione con voi e che non posso inviare nessuno dei nostri Fratelli nella vostra parrocchia. Se avessi creduto ad alcune persone e particolarmente ad alcuni dei vostri rispettabili fratelli nel sacerdozio scandalizzati dai vostri discorsi per screditarci, da gran tempo avrei avvertito i suoi superiori ecclesiastici, ma non ho voluto nuocervi. In molte occasioni ho parlato bene di voi, ho fatto i vostri elogi, ed io non mi pento di ciò; ma, se da parte vostra, non aveste potuto fare lo stesso verso la nostra Società ed il suo Superiore, non avreste dovuto dire del male, né deviare dalla loro vocazione due dei Fratelli che vi avevo affidato: la carità ed il vostro carattere di prete ve lo impedivano. Come volete che dopo simili cose abbia il coraggio di mandarvi Fratelli di una Società che avete denigrato? Ne avrei mandato volentieri due a Gaillard nel modo da voi proposto nell’ultima lettera che mi avete appena inviato e ciò sarebbe andato bene sotto tutti gli aspetti; ma quale bene potrebbero fare se li istigate al disprezzo per i loro capi e nuocete alla loro reputazione? La mia lettera vi indica abbastanza bene quanto queste cose mi hanno addolorato; ma credete che vi parlo senza fiele; Dio sarà il nostro giudice. Possa perdonarvi come io vi perdono di buon cuore tutto il male che, mi si assicura, ci avete fatto! Ho l’onore di essere, Sig. Parroco, il vostro molto umile servitore”, (Lettera del 23/10/1849 a M. Revollet, Parroco di Chêne -Thonex, Svizzera).

Quando si trattava dei Fratelli, il tono era anche diretto e se bisognava correggere degli errori non esitava a farlo. Il perdono cristiano produceva i suoi effetti come lo vediamo nelle due seguenti lettere. “Mio caro Fratello, mi avete tenuto grandemente in pena. Credevo che sareste arrivato al noviziato domenica scorsa, e invece avete preso la strada di Beaune, e non mi dite neanche in che quartiere di questa città voi vi siete rifugiato. La vostra condotta, mio povero Fratello, è stata molto deplorevole nelle tre ultime comunità in cui siete stato inviato. Ma fosse stata anche peggiore la vostra condotta, non dovete lasciarvi andare allo scoraggiamento. E’ mio dovere invitarvi a ritornare prontamente in grazia con Dio. È così misericordioso che dimenticherà tutto se ritornate sinceramente a lui. In quanto a me, vi accorderò volentieri il perdono; ma bisogna che vi affrettiate a ritornare alla Casa madre senza nessun indugio. Ve lo ordino; i vostri voti di religione sussistono e vi obbligano in coscienza. Vi voglio bene e mi interesso sinceramente a voi. I più grandi peccatori sono diventati i più grandi santi; ed io spero, mio caro Fratello, che diventerete uno di essi, ma non rinunciate alla vostra vocazione…”

(Lettera del 20/04/1853 al Fratello Louis Moissenet, Beaune, Costa-d’Oro).

E questo atteggiamento, caratteristica di Fratel Gabriele che sapeva coniugare le esigenze della giustizia con l’indulgenza ed il perdono, dava buoni frutti. “La vostra buona lettera è venuta a portare la gioia nel mio cuore, perché credevo che eravamo in disaccordo, visto che non mi davate nessuna notizia sulla sistemazione dei Fratelli e sui due nuovi che vi ho mandato quest’anno. L’annuncio che mi fate del pentimento di Moissenet e del desiderio che avrebbe di ritornare mi ha impressionato vivamente. Subito ho pensato alla grande misericordia di Dio verso i peccatori, come narra l’ammirevole parabola del figliol Prodigo, e lacrime di gioia mi sono sgorgate. Sì, buona Madre, mi sono sentito di scusare questo infelice, e voglio reintegrarlo nella comunità che ha disonorato, che ha addolorato grandemente, in particolare me. Riceverò con santo piacere questa pecora smarrita, e se fossi libero, correrei a cercarla e la porterei sulle mie spalle nell’ovile, da dove il demonio ed il vizio l’avevano allontanata deplorevolmente”. (Lettera del 17-01-1854 a Madre Arnoux, Superiora delle Sorelle della Carità di Beaume (Costa-d’Oro).

Talvolta le esigenze della giustizia e l’attenzione e la protezione che il Superiore deve offrire ai suoi Fratelli lo ponevano in situazioni difficili da risolvere e gli occorreva un buon discernimento per non ferire nessuna delle parti. Tale fu il caso a proposito di tre Fratelli che si erano presentati al posto di tre altri all’esame per ottenere il brevetto. Ecco come si esprime in una lettera indirizzata al Rettore dell’accademia dell’Ain: “Signor Rettore, nella lettera che ho avuto l’onore di inviarvi il 28 aprile scorso, vi feci conoscere confidenzialmente alcuni sospetti che mi erano nati a proposito di tre Fratelli che avevano dovuto presentarsi nel mese di marzo ultimo davanti alla Commissione di istruzione primaria del Drôme, per ottenere il brevetto di capacità. Avevo il dubbio che invece di presentarsi loro stessi, si erano fatti sostituire, a mia insaputa, da altre persone che avrebbero sostenuto l’esame per essi. Dopo aver fatto delle accurate ricerche per assicurarmi della cosa, ho scoperto infine che in realtà Trève, Gaillard e Bellier hanno agito con frode. Ciò, Signor Rettore, mi ha gettato nella più grande costernazione. Perciò, non potendo che disapprovare un tale atto proprio a gettare del discredito sulla nostra Società, e allo stesso tempo, volendo dare un esempio ai nostri Fratelli, ho escluso i colpevoli senza misericordia, sebbene finora la loro condotta fosse stata sempre senza rimproveri. Ho creduto, Signor Rettore, mio dovere informarvi di questa brutta faccenda. Ne ho pure informato il Signor Rettore dell’accademia del Drôme. Desidero vivamente, Signor Rettore, che questa sfortunata faccenda non abbia pubblicità; vi supplico almeno di non fare sapere che questi giovani sono appartenuti alla nostra Società, e di attenuare per quanto possibile il fatto; ve ne sarò tanto riconoscente quanto sono stato pronto a disapprovare ed a punire la condotta dei colpevoli appena ho potuto scoprire l’inganno. Così come io già vi avevo prevenuto, Signor Rettore, con una precedente lettera, ho fatto sostituire Trève ad Ambronay da un Fratello che adempie a tutte le prescrizioni della legge. In quanto a Gaillard che insegnava a Songieu, lo faccio sostituire immediatamente da Fratel Jolivet Francesco Basilio; vogliate, Signor Rettore, avere la bontà di autorizzarlo provvisoriamente a ricoprire questo incarico fino alle vacanze. Sebbene non sia diplomato, ha tutte le capacità richieste per fare scuola. Col più profondo rispetto, Signor Rettore, vostro molto umile e devoto servitore. Il Superiore Generale dei Fratelli della Sacra Famiglia. Fratel Gabriele.” (Lettera del 21-05-1854 a M. Laville Bourg).

Malgrado tutto, ciò che prevaleva in Fratel Gabriele era un atteggiamento di misericordia, come lo confessa egli stesso a Madre Arnoud: “Tuttavia, mia Reverenda Madre, in tutta la mia vita ho avuto un’inclinazione per la misericordia”. (Lettera del 06-03-1853 alla Superiora della Carità di Beaune – Costa-d’Oro).

È ciò che mostra una volta di più a proposito del ritorno dei Fratelli che aveva mandato negli Stati Uniti: “Aprite gli occhi dunque, miei cari figlioli; ritornate alla vostra Comunità, al vostro Superiore legittimo; ritornate al Signore. La sua misericordia è grande! In quanto a me, offro a tutti il perdono – al vostro Fratello Direttore, come a voi – a cui invio paternamente questa lettera. Vedendo che non potete fare del bene lì in America, perché non avete saputo vivere in comunità sotto lo stesso Direttore e perché lui stesso non vuole incaricarsi più di voi; non potendo tuttavia mandarvi un altro Fratello direttore; considerando d’altra parte che la vostra posizione è molto precaria dal lato materiale e che non posso visitarvi facilmente, né farvi visitare, per badare all’ordine ed alla disciplina della vostra fondazione, così come della vostra condotta, avevo avvertito già il Fratello Cirillo, e vi aveva avvertito lui stesso, così come il nuovo Vescovo di San Paolo, che era d’accordo che voi ritornaste tutti. Oggi è in nome di Dio e per l’autorità che mi ha dato su voi, miei molto cari Fratelli Marie-Léon ed Ernesto, che vi ordino, in virtù della santa ubbidienza, di prendere tutti i mezzi possibili, dopo la ricezione della presente lettera, per ritornare nella nostra Casa madre, dove sarete ricevuti con gioia e con una santa amicizia. Già mi sembra di rivedervi tra le mie braccia paterne per darvi il bacio dell’amicizia e della santa unione di cui Dio è il legame.” (Lettera del 20-02-1860 ai Fratelli Marie Léon Gallioz ed Ernesto Perret, a San Paolo del Minnesota).

…che è comprensivo con quelli che si ritirano dalla Congregazione

La bolla del Giubileo ci ricorda: “In questo contesto, non è inutile ricordare il rapporto tra giustizia e misericordia. Non si tratta di due aspetti contraddittori, ma di due dimensioni di un’unica realtà che si sviluppa progressivamente fino a raggiungere il suo apice nella pienezza dell’amore.”

Ecco una testimonianza di Fratel Prudenzio Arod che conosceva bene Fratel Gabriele: “Quando qualche Fratello si meritava di farsi rinviare, il Rev. Fratel Gabriele era vivamente afflitto. Riprendeva, esortava, poi si decideva a rinviare il soggetto. Ma se questi mostrava qualche pentimento e sembrava deciso a fare meglio, il Superiore non poteva mantenere la sua severità, il suo cuore era presto toccato, ed il fratello rientrava molto rapidamente nella sua amicizia.”

Fratel Federico nella “Vita” aveva lasciato questa annotazione: “Il cuore del pio Fondatore si commuoveva teneramente alla vista della sventura di quelli che avevano avuto la disgrazia di farsi allontanare dalla Congregazione, o che l’avevano lasciata loro stessi, senza ragioni solide e valide. Non perdeva di vista né gli uni né gli altri, a meno che essi stessi volessero evitare il rapporto con lui; mandava loro il sostegno dei suoi consigli nelle difficoltà e negli inconvenienti incontrati. ”

Fratel Federico nel quaderno sulle virtù di Fratel Gabriele aveva solo abbozzato un capitolo su questo stesso argomento con alcune lettere che citiamo più avanti e che completiamo con alcune altre. “Quando un Fratello che aveva lasciato la congregazione dimostrava sentimenti migliori, riconosceva il suo errore o si era impegnato nel servizio militare, il Fondatore lo seguiva con i suoi consigli se non poteva riceverlo di nuovo o se la sua posizione non gli permettesse più di ritornare. Quante lettere troviamo nella sua corrispondenza, in cui, dopo avere sottolineato a coloro che avevano mancato i loro torti, la loro incostanza, la loro apostasia, li incoraggia, li consola, dice loro che dopo aver tradito la loro vocazione devono vivere almeno da buoni cristiani ed indica loro il mezzo.”

“Mio caro Fratello, mi fa piacere darvi ancora questo dolce nome, così caro al mio cuore, sebbene l’abbiate disprezzato a scapito della vostra anima. Ero informato e non vi ho potuto rispondere prima. La lettera che mi avete inviato mi ha fatto piacere, sebbene racchiudesse molte impertinenze e dei vani pretesti per discolparvi di avere mancato ai vostri santi impegni. Tutto ciò non è bene, mio caro Fratello. Tuttavia, scuso molto la vostra giovane età e la vivacità di un carattere tanto esuberante e tanto precipitoso. Siccome i vostri voti esistono ancora, vi richiamo all’ovile della Santa Famiglia. L’avrei fatto prima se mi aveste dato un segno di vita, e se avessi saputo dove trovarvi. Sì, mio caro Fratello. Ritornate con le migliori disposizioni. Tirerò un velo pietoso sul passato; vi reintegrerò e spero che tutto andrà meglio per l’avvenire. Facendovi questo invito paterno, penso che vi corrisponderete. Sarebbe anche vostro dovere e nel vostro interesse. Lasciate dunque da parte le considerazioni futili, umane, per non considerare che la gloria di Dio e la vostra salvezza. Se avete occasione di vedere il vostro degno zio parroco, presentategli i miei omaggi, facendogli conoscere le mie buone disposizioni al vostro riguardo. Prego Dio, mio caro Fratello, di illuminarvi e di darvi la grazia di compiere la sua santa volontà in ogni cosa. Vi saluto con affetto tutto religioso. Fratel Gabriele Taborin, Superiore”.

(Lettera del 13-03-1850 a M. Bouchard, ex Fratel Adolfo, Dampierre-sur-Salon, Alta Saona).

“Non saprei concludere, mio caro Fratello, senza procurarvi una consolazione molto preziosa agli occhi dell’uomo di Fede. Credete che desidero sinceramente che Dio vi accordi, nella sua incomparabile bontà, il perdono di tutte le vostre offese al suo riguardo. In quanto a me, scuso di tutto cuore tutti gli oltraggi che ci avete fatto e tutte le noie che mi avete causato ingiustamente, così come alla nostra Società. Vi auguro, inoltre, che rientriate prontamente in grazia con Dio, rendendovi degno della sua protezione. Addio, mio caro Fratello! Non sono più il vostro superiore, ma sarò sempre il vostro amico. Fratel Gabriele. ” (Conclusione della lettera del 04-02-1851 a M. Peyssel, ex Fratel Etienne, Bonneville – Savoia).

P.S. – Mio caro figliolo, le Vostre due lettere, soprattutto l’ultima, mi hanno fatto molto piacere; non dubito che il vostro pentimento sia molto sincero e che non diventiate un giorno l’esempio ed il modello di quelli che avevate afflitto tanto sia con la vostra cattiva condotta che con la vostra diserzione scandalosa. Volete inoltre, mio caro figliolo, che l’amore sincero che sempre vi ho portato mi induca oggi a scusarvi ed a reintegrarvi nella vostra pacifica, tranquilla e lodevole vocazione; ma con tutta la buona volontà possibile, io non potrò mai passarvi del denaro, visto che è contrario ai nostri voti ed alle nostre Regole…” .

(Lettera del 28-02-1844 a M. Laurent Rey presso Sig.ra. Foissard, Parigi.)

Ma, come è stato detto più sopra, l’atteggiamento indulgente di Fratel Gabriele non era condiviso da tutti. Così uno dei suoi collaboratori scrive: “Mio caro Amico, avete fatto una grande stupidaggine rinunciando alla vocazione religiosa. Non sono stupito che vi siate pentito di ciò e che chiediate di ritornare. Non si è del tutto disposti a ricevervi a causa della vostra leggerezza e della vostra incostanza. Non c’è che il nostro buon Superiore che è sempre pieno di bontà e di tenerezza e che vi tenderebbe ancora braccia di misericordia. Poiché voi lo pregate insistentemente di scusarvi e di ricevervi di nuovo, credo che non fareste male a presentarvi a lui per accordarvi sul vostro prossimo ritorno nella Santa Famiglia, qualora siate giudicato degno di questo nuovo favore. Potreste trovare il Superiore la domenica delle Palme e quella di Pasqua; trascorso quel tempo non lo trovereste, poichè sarà in giro per visitare le comunità. Vi saluto sinceramente e prego Dio di venirvi in aiuto”. (Lettera del 10-03-1850 a M. Antoine Vuillerme, Coise, per suo Fratello Luigi, ex-fratel Gilberto).

Alcune delle risposte che riceveva il Fondatore erano pure molto significative. “Mio caro Padre, mai vi amerò come mi amate. Perché in fin dei conti qual è il padre che manifesta altrettanta tenerezza e bontà per il suo bambino? Perché infine, qual è il padre che avrebbe fatto per me ciò che voi avete fatto per me mentre ero da voi… Mio caro Padre, desidero di tutto cuore che Dio vi conservi la salute e che possiate trascorrere giorni lunghi e felici” (Tolosa, 30 Aprile 1853).

“Mio molto R. Padre. Lo stesso rispetto, la stessa riconoscenza, lo stesso amore filiale che mi invogliarono sempre ad inviarvi auguri sono ancora i soli motivi che mi portano a pregarvi di credere che i sentimenti più teneri, che la riconoscenza più viva faranno battere sempre il mio cuore tutte le volte che mi ricorderò che sono stato nel numero dei vostri figli in G. C. O, ricordo delizioso ed allo stesso tempo desolante per me! Oh! che l’uomo è disgraziato a lasciarsi portare dal vento dell’incostanza. Oh! che il religioso che è legato sinceramente alla sua vocazione e la ama è un uomo benedetto dal cielo!… Perdono, mio Padre, se mi fermo bruscamente; io non ho il coraggio di dilungarmi in questa lettera”.

(Viry, 25 Dicembre 1854).

“… Sì, buon Padre, mi è dolce chiamarvi ancora con un nome tanto caro al mio cuore, voi che mi avete allevato, che mi avete dato durante tanti begli anni così nobili esempi di virtù. Ricevete l’affetto e l’attaccamento che vi dedicherò per il resto dei miei giorni. Vengo a raccontarvi adesso, come un buon figlio al migliore dei padri, tutto ciò che mi è capitato da quando ho avuto la disgrazia di abbandonare le insegne della Santa Famiglia… Che vi dirò adesso, molto reverendo Padre, della mia situazione come militare? Comprenderete facilmente che un mestiere che faccio solamente per forza non deve molto piacermi… (Annecy, 30 Dicembre 1863).

…che pratica le opere di misericordia…

Il papa Francesco propone per il giubileo della misericordia una riflessione sul significato dell’espressione “opere di misericordia”; è il modo di attualizzare la gioia di avere trovato la misericordia del Padre. “Ho un grande desiderio: che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporale e spirituale. Sarà un modo di svegliare la nostra coscienza sovente addormentata di fronte al dramma della povertà e di penetrare sempre più nel cuore del vangelo, dove i poveri sono i destinatari privilegiati della misericordia divina.”

Fratel Gabriele, cosciente della situazione che viveva, ha percepito molto rapidamente la chiamata ad organizzare un’attività in favore degli altri: “Fin dalla nostra più tenera gioventù comprendemmo quanto una Società religiosa di Fratelli che avesse insieme lo scopo di istruire la gioventù, di servire nelle chiese, di cantare le lodi di Dio, sarebbe utile e potrebbe rendere dei servizi”. (Autobiografia, prima redazione).

Sappiamo che all’inizio il suo progetto era molto ampio e abbracciava “ogni tipo di buone opere”; solamente più tardi ne definisce con più precisione i contorni. Nelle Costituzioni del 1836 scrive: “Se è un onore servire Gesù Cristo nei suoi membri infermi sulla terra, è pure un mezzo assicurato per renderci simili a Lui; perché, secondo il pensiero di san Giovanni Crisostomo, Nostro Signore non ha detto: “Se digiunate, se pregate, se siete casti, se vi imponete delle rudi discipline sarete simili al vostro Padre celeste, ma ha detto espressamente: “Siate misericordiosi come mio Padre è misericordioso. La misericordia verso i poveri, soprattutto verso chi è malato e verso quelli che sono prigionieri è opera di Dio, dice il santo Dottore”. (Art.XXVIII). XXVIII.

Un’opera di misericordia che Fratel Gabriele praticò in forma molto concreta è stata l’accoglienza di orfani nella Casa madre, e prima ancora a Belmont e poi a Belley, oltre al servizio che i Fratelli fecero in differenti orfanotrofi. Vediamo alcune citazioni: “Sig. canonico, ho appena ricevuto l’interessante bambino di cui mi avete parlato e di cui vi interessate. Il suo arrivo ha causato della gioia nella nostra casa sulla quale, lo spero, attirerà le benedizioni di Dio. Non vi siete sbagliato, signor canonico, sul giudizio che avete espresso su questo bambino, perché ho notato già che è spirituale ed io spero bene per lui. Che Dio sia benedetto! Non ho né le virtù né la santità di san Vincenzo de’ Paoli per incaricarmi come lui dei poveri bambini orfani, ma se il buon Dio vuole ben servirsi di me e dei miei confratelli per realizzare le idee del nostro santo Vescovo, gettando in questa diocesi i fondamenti di una casa ­ di asilo per gli orfani, mi sottometto di tutto cuore, contando infinitamente più sulla misericordia divina che su tutto ciò che potrei fare io stesso.”

(Lettera del 24-02-1839 al P. Girard Segretario del vescovado).

“Signor Presidente, ho ricevuto la lettera che mi avete fatto l’onore di inviarmi, così come l’ammirevole verbale che mi fa conoscere la vostra lodevole ed utile opera in favore degli orfani e dei bambini poveri di questa città: niente, Sig. Presidente, di più gradito a Dio, di più edificante e di più utile per i bambini delle classi povere, che l’Opera così raccomandabile alla formazione della quale lavorate con tanto zelo, così come Monsignor Vescovo ed il Sindaco della vostra città. Questa iniziativa troverà forse delle difficoltà nella sua nascita, ma non dubito che in seguito non sia coronata di successo, e gli uomini rispettabili che avranno contribuito, avranno meritato bene agli occhi di Dio e della loro patria, e saranno applauditi, a buon diritto, per la loro beneficenza. In quanto alla nostra Società, Signore, vi presterà il suo concorso con piacere, onorata di lavorare con voi a dissodare un campo che sarà duro ed arido, non lo nascondiamo­; ma spero che con il coraggio e la perseveranza raccoglieremo un giorno frutti abbondanti che ci serviranno soprattutto nell’eternità”. (Lettera del 17-09-1847 a M. Fontenay Presidente della Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli, Autun (Saona-e-Loira).

Un’altra opera di misericordia, meno conosciuta e più delicata che Fratel Gabriele si propose, fu l’attenzione ai preti in difficoltà, malgrado i problemi ai quali si esponeva, e la cui complessità e ampiezza non gli sfuggivano, come si può vedere nella seguente lettera scritta a Monsignor Billiet, arcivescovo di Chambéry (Savoia):

“Monsignore, ho sempre ammirato la cura che Vostra Grandezza mette a non introdurre affatto dei cattivi Preti nella sua diocesi, né nella nostra comunità. Dio vi benedirà, Monsignore, e per ciò che ci riguarda, ve ne ringrazio profondamente. Non sono nato in questo secolo, e nella mia carriera, non ho, ahimè! che troppo appreso di che cosa i cattivi Preti sono capaci; per la stessa ragione, li temo moltissimo. Ciononostante sono stato sempre toccato dalla grande misericordia di Dio verso quelli che l’hanno dimenticato. Avrebbe perdonato Giuda, se non si fosse lasciato andare alla disperazione. Mettendo un Prete pentito in un luogo sicuro, come in una comunità religiosa tipo Tamié, allontanandolo così da ogni contatto e da ogni relazione con le persone del mondo e sorvegliandolo ogni giorno, mi sembra, Monsignore, che si potrebbe farne un santo, affidandogli anche di svolgere il ministero nel luogo dove sarebbe ritirato. Questo è la cosa cui sembra aspirare veramente il Padre Hurtault.

Le tristi informazioni che avete ricevuto a proposito di questo Prete, e che Vostra Grandezza ha ben voluto comunicarmi, non sono per nulla di natura tale da incoraggiarmi a tenerlo. A Parigi ci sono da cinque a seicento Preti interdetti che conducono una vita scandalosa e disgustosa: senza dubbio l’irregolarità e l’abuso della grazia li hanno portati in quella situazione. Mi guarderei bene, Monsignore, di condannare i Vescovi che hanno creduto dover interdire e allontanare questi disgraziati; ma se tra questi Preti, se ne fossero trovati alcuni ben animati, come il Padre Hurtault, disposti a vivere una vita penitente e ritirata, sarebbe stato meglio, mi sembra, cercare di riportarli a Dio, portandoli in un monastero meno austero della Trappa. Da un altro lato, il Cielo vuole la conversione dei poveri peccatori; quella di uno solo lo rallegra più della perseveranza di novantanove giusti. Questo pensiero, Monsignore, mi colpisce talmente che se non fossi così vecchio, farei tutto il mio possibile per entrare nei santi Ordini, per poter dedicare il resto dei miei giorni alla conversione dei poveri peccatori, e particolarmente a quella dei cattivi Preti. Questi, li ritirerei nella solitudine di Tamié, per prepararli all’eternità, e render loro favorevole il giudizio di Dio.

L’indomani del giorno in cui Padre Hurtault ha avuto l’onore di vedere Vostra Grandezza, è stato colpito dalla febbre tifoide. È stato talmente malato che il medico era disperato. Lo si veglia giorno e notte e in questo momento non è fuori pericolo. Non gli ho comunicato le vostre informazioni, Monsignore, perché è un uomo di cuore sensibile, ed io avrei temuto di aggravare il suo stato che non è rassicurante. In ogni caso, questa malattia avrà fatto un santo di questo prete, tale è almeno la mia speranza. Nella sua sofferenza, ho sempre visto che la fede trionfava in lui. Il Dio delle misericordie ha voluto forse purificarlo con questa malattia e fargli deplorare il passato. Quante volte l’ho sentito ripetere queste parole: “Mio Dio, abbiate pietà di me, scusate le mie offese; sono rassegnato a morire se le dimenticate.” Altre volte, diceva: “Ah! Signore, se mi rendete la salute, voglio tutta adoperarla a piangere le mie offese, ed a farvi lodare e benedire da tutti quelli che attirerete vicino a me”. Questo Padre è molto istruito, tutti lo notano. Veramente, potrebbe esserci utile a Tamié in molti modi, se tuttavia recupera la salute; ma, Monsignore, io non lo ammetterei mai senza il vostro consenso formale e senza che possa confessare almeno quelli che abitano la casa e che vorrebbero rivolgersi a lui. Si farà regolarizzare la sua posizione dal vescovo della sua diocesi natale o da Roma.

Il Signor Chamousset, vostro Vicario Generale, mi ha trasmesso finalmente i conti secondo i quali dovrei versare 45 franchi. Glieli manderò alla prima occasione chiedendone la ricevuta.

Degnate gradire i più umili e rispettosi omaggi , Monsignore… Il vostro molto umile e molto obbediente servitore Fratel Gabriele”. (Lettera del 04-02-1858).

“La misericordia è propria di Dio!”…

Concludiamo con una meditazione di Fratel Gabriele sulla misericordia di Dio proposta a coloro che fanno un ritiro col libro L’angelo conduttore dei pellegrini di Ars.

 “SECONDO PUNTO. Considerate quale è la condotta di Dio verso i peccatori; niente è più sorprendente: al posto di disconoscerli come sue creature e annientarli, si compiace non solo a perdonarli, ma ancora li ama, non come peccatori, ma come disgraziati; ora, la misericordia è così propria a Dio che, secondo Tertulliano, è negare Dio se si nega che sia misericordioso. Ogni potere ama il suo oggetto: la miseria è l’oggetto della misericordia; ora, Dio che è infinitamente misericordioso, non può affatto non avere compassione per i peccatori che sono i più miserabili tra gli uomini. Facendosi uomo, si è rivestito delle nostre miserie e si è rivestito allo stesso tempo di viscere di misericordia. Gesù Cristo ha mostrato quanto amava i peccatori, poiché ha ben voluto morire per essi; e se non ce ne fossero stati nel mondo, non avrebbe preso la nostra natura, non si sarebbe reso passibile e mortale. Durante tutta la sua vita sulla terra ha avuto una grande compassione per i peccatori; rimaneva in loro compagnia, mangiava volentieri con essi; ha dichiarato che era venuto al mondo per essi. Mai ha fatto cattiva accoglienza a quelli che si rivolgevano a lui; al contrario, ha fatto la grazia ad una donna adultera che volevano lapidare; lo si rimproverava anche di essere troppo dolce al loro riguardo, di essere l’amico dei peccatori. Tutto ci mostra la stima e la tenerezza che egli in effetti aveva per essi, usando molte figure e parabole sulle quali dovete meditare attentamente.”

 

Frère Teodoro Berzal
Madrid, agosto 2015