imagesDa piú di un mese la prima pagina della maggioranza dei giornali messicani annunciava l’arrivo di Francesco: “mancano 26 giorni all’arrivo del Papa pellegrino…. ne mancano 25… 24…..”
Poi, finalmente, é qui e migliaia di persone, tra cui il Presidente della Repubblica, tutti i suoi ministri, piú di cento vescovi delle differenti diocesi, alcuni dei migliori mariachi (sono i complessini musicali che si esibiscono in costume tradizionale messicano con tanto di sombrero e borchie colorate) di questa terra azteca, lo accolgono all’aeroporto con slogan, grida, canti, música, e chi piú ne ha piú ne metta.
Sembra incredibile come un personaggio fino a ieri quasi sconociuto alla maggioranza, d’improvviso, si trasforma in un amico, un fratello e un mito. In tutti gli Stati dov’é passato (Distrito Federal, Chiapas, Michoacán, Chihuahua), in tutte le celebrazioni (5 messe, incontro con i vescovi, con i sacerdoti, con la vita religiosa, con bambini di un ospedale, con i giovani), in tutti i tragitti, una marea di gente lo accompagna, sventola bandiere, urla, si commuove, piange. Alcuni si sono accampati fuori dalla Nunziatura apostolica per tutta la notte, vegliando (o svegliando?) il suo sonno. E poi tutti lo acclamano, cercano di sfiorarlo, di toccarlo, lo spingono e quasi lo fanno cadere. In tutti gli appuntamenti bagno di folla impressionante e, si capisce, qui in terra Azteca siamo 120 milioni. Questo é Messico, siamo la seconda nazione al mondo per presenza di cattolici (dopo il Brasile), con l’83% di battezzati.
E Francesco accetta tutto. Sí, ogni tanto, (forse è meglio dire spesso) ‘rompe il protocollo’, ma é perché vuole salutare tutti, specialmente i bambini o persone di capacitá differenti; entra nella festa e sorride, benedice, si mette il sombrero, risponde agli slogans, canta e, infine, l’ultimo giorno, annuncia: “In Messico mi avete sorpreso”: sí, sapeva del famoso, tradizionale ‘cariño messicano,’ (manifestazione di affetto), peró non lo aveva ancora sperimentato e lo ha fatto fino all’ultimo minuto, in compagnia dei mariachi di Ciudad Juarez nell’aeroporto, prima di ritornare in Italia per il meritato riposo, dopo un tour de force di 5 giorni di ‘messicanizzazione’.
Anche noi siamo rimasti sopresi da Francesco, e non solo per il suo poco rispetto per il protocollo, che invano cercano di inculcargli in Vaticano, bensí soprattutto perché, in questo anno della misericordia, ancora una volta ci ha indicato quelli che devono essere i privilegiati, giacché ha voluto incontrare gli indigeni del Chiapas (in Messico dire indigeni o dire poveri é la stessa cosa, e sono discriminati, con meno possibiltá di scolarizzazione, meno accesso ai mezzi di comunicazione e di trasporto, e meno di tutto insomma), Ha voluto visitare Michoacán (dove lo scorso anno 43 studenti universitari sono stati ammazzati, bruciati e fatti sparire e adesso si moltiplicano le organizzazioni per chiarire, ma é puro fumo negli occhi, giacché sembra che si faccia di tutto per non trovare i colpevoli). Ha voluto andare in un ospedale infantile con bambini soggetti a malattie gravi, con cancro avanzato); ha voluto avvicinarsi alla frontiera con gli Stati Uniti (in quella cittá che da questo lato del Rio Bravo si chiama Ciudad Juarez, mentre quella di lá dei ponti é Paso Texas; la messicana é brutta, sporca, mafiosa, l’americana é tutta ordine, pulizia e grattacieli. E lí c’é una frontiera che ha fatto centinaia di vittime e Ciudad Juarez, una delle piú pericolose del pianeta, é famosa anche per la morte misteriosa di centinaia di donne, e ancora una volta nessuno riesce o vuole trovare i colpevoli).
In tutti questi posti di ‘periferia’ e di ‘frontiera’ Francesco ha parlato di speranza, di diritti umani, di privilegiare il povero, di “dirsi le cose in faccia senza sparlare alle spalle, e poi saper chiedersi scusa” (discorso ai vescovi), ha insegnato a chinarsi e ad essere ‘misericordiosi come il Padre’ con quanti sono meno fortunati di noi.
La televisione ha trasmesso tutto, compresi gli spostamenti in Papamobile o in Cinquecento, da un appuntamento all’altro. Poi quando Francesco si ritirava a riposare o a preparare gli incontri per il giorno seguente, tutto nella televisione ritornava come prima: banalitá (a palate), ‘cotorrei’ (in veneto, le ‘ciacole’, le chiacchiere), programmi superficiali, telenovelas amorali (piú che immorali), e la solita insulsa propaganda come condimento di tutto, ben presentata da bellissime donne, un poco allergiche ai vestiti, che cercano di convincerti a comprare, e con il 35% di annunci pubblicitari di prodotti di bellezza in un Paese con decine di milioni di poveri…
Ed é lí che allora io mi metto a riflettere e mi dico: ”Dio sia benedetto e benedetta questa terra e questi abitanti per la presenza straordinaria di questo missionario che ci ricorda il meglio del Vangelo e ci ‘muove’ tutti, indistinatemente. Ma domani, quando lui continuerá a vivere in Roma, a noi cosa resterá? Forse soltanto un mucchio di immondizia per le strade, di sicuro, sí, forse molta nostalgia, forse ancora uno strascico di emozione, ripensando a quanto è successo, forse, addirittura, anche un po’ di voglia di essere migliori, di rimboccarci le maniche per farla finita con le nostre principali piaghe che sono: la corruzione, l’ingiusta distribuzione della ricchezza, il poco sforzo nell’impegno sociale, il narcotraffico (anche se il Chapo é di nuovo dietro le sbarre) e la mancanza quasi assoluta di capacitá critica e costruttiva (“sono nato povero, cosa vuoi farci”)?.
E sono qui, alla finestra, per vedere se c’é evoluzione.
Mi piacerebbe scrivere un altro articolo, diciamo fra un paio di anni, per dire a tutti che Francesco ha cambiato, anche solo un poco, il Messico: sto sognando?, é utopia?: ma sono proprio le utopie che ci hanno dato un mucchio di santi e di profeti e che, anche se gli ideali sembravano irraggiungibili, hanno accumulato numerosi piccoli grani di sabbia per la costruzione del Regno di Dio in questo mondo!
(Fratel Luigi Lovato, fsf)