14Quando venne l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui,15e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, 16perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». 17E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi, 18perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio».

19Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». 20E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi».

“Passare la passione” è un espressione ambivalente: vuol dire da una parte “attraversare” una passione (viverla), dall’altra comunicarla (condividerla). Anche il termine passione è ambivalente: appassionarsi per qualcosa, patire per qualcosa.

Il testo che meditiamo racconta una cena, che Gesù desidera tanto fare con i suoi amici, prima di “passare la sua passione” (patire). All’interno di questa cena Gesù “passa la sua passione”, la trasmette ai suoi amici e dice: “prendetelo e fatelo passare tra di voi”, riferito al calice di vino. Il tutto avviene attorno a una tavola apparecchiata, nel cuore di un momento di convivialità, dentro una relazione di amore.

1. “Ho desiderato di desiderio”

– Il testo dell’evangelista Luca inizia con un versetto che colpisce molto. Per Gesù è arrivata l’ora, che nel Vangelo indica il momento del suo morire. Gesù prende posto a tavola con i suoi amici e dice loro: “Ho proprio desiderato tanto”. È rarissimo che Gesù nel Vangelo esprima i suoi sentimenti. Qui lo fa e in modo molto forte. Non riesce a trattenerli. Alla lettera il testo dice: “Ho desiderato di desiderio”. Il verbo greco (epithymo) viene raddoppiato con il sostantivo (epithymia). Gesù sembra dire che è tutt’uno con il suo desiderio, che tutta la sua vita è concentrata in questo desiderio. Quale è il contenuto di questo fortissimo desiderio? Gesù dice: mangiare questa Pasqua. Anche questo sorprende. Un desiderio così totalizzante per una cena? La cena in questione è un rito ebraico che Gesù ha celebrato ogni anno, fin da quando era bambino con i suoi genitori: la Pasqua ebraica. La pasqua ebraica ricordava la liberazione dall’Egitto e esprimeva l’attesa della liberazione definitiva del suo popolo. Un momento bello, quindi, ma tale da motivare questo grande desiderio?

Il desiderio di Gesù riguarda un pasto condiviso. Il “con voi” esprime un pasto non consumato da soli, ma in compagnia. Il desiderio di Gesù non riguarda quindi il mangiare (che è un bisogno), ma la commensalità, il mangiare insieme (che è un desiderio).

Ma poi c’è una chiarificazione: “questa Pasqua”, e qui il contenuto del suo desiderio si chiarisce. Il fatto che Gesù dica “questa” ci fa capire che non è tanto il rito ebraico tradizionale della Pasqua che costituisce il suo grande desiderio (che aveva già tante volte vissuto), ma “questa cena”, questo rito, proprio quello di questa sera. Perché questa sera è quella della sua passione, del suo patire fino alla morte. Commuove questo profondo bisogno/desiderio di Gesù di stare a tavola con i suoi amici prima di morire. La domanda comunque ci rimane: perché desiderare così tanto questo momento?

È tutto il testo successivo che ce lo rivela con grande forza. Proviamo ad entrarci.

– Ci accorgiamo dal racconto che Gesù quella sera si inserisce nello svolgimento consueto della cena ebraica, ma la modifica facendola diventare la sua cena. Il testo, infatti, è chiaramente diviso in due parti:

a) c’è il momento del rito ebraico (vv. 14-18), che si svolge normalmente;

b) e poi la novità di Gesù (vv. 19-20), che lo cambia e lo rende il suo rito, quello che rivela il suo desiderio.

Gesù prende un rito che ha fatto ogni anno e vi incide la sua interpretazione, gli dona il proprio significato e la trasforma nel suo rito. Infatti si vede bene che lo ripete due volte: nella prima segue il rituale ebraico: siamo probabilmente arrivati al momento del secondo calice dei tre previsti, ma poco importa. Poi Gesù rifà di nuovo i gesti, fa passare nuovamente pane e vino, cambia la formula prevista e aggiunge quell’inatteso “Fate questo in memoria di me”.

Prima parte (vv. 15-18). Nella prima parte Gesù dice ai suoi che mangia e beve per l’ultima volta con loro, perché sta per andare alla morte. E’ questo il senso di quelle strane espressioni: non lo mangerò più finché non si compia nel regno di Dio; non lo berrò più finché non verrà il Regno di Dio. Gesù sta per morire e sa che non li rivedrà più, che non starà più con loro (questo è il senso della convivialità, del mangiare e bere insieme) finché questa convivialità, questa commensalità sarà di nuovo possibile in un incontro definitivo, in una convivialità senza fine che Gesù chiama “regno di Dio”, quando cioè nel cuore di tutti gli uomini regnerà Dio e le relazioni tra di loro per conseguenza saranno quelle della commensalità. Il clima che si respira è quello del desiderio intenso di Gesù che si attui ciò per cui lui ha vissuto e operato, ciò per cui ha speso la sua vita e ora la dona definitivamente. L’esplicito riferimento al suo patire esprime da parte di Gesù che proprio questa è stata la sua passione: quella di una vita nel segno della commensalità; e proprio perché questo sia definitivamente possibile per tutti egli è pronto ora a dare la sua vita. La passione è dunque ciò che lo ha appassionato e ciò che la fa patire, ciò che gli richiede di spendere fino in fondo la sua vita. È questo il suo grande desiderio.

Seconda parte (vv. 19-20). La seconda parte allora diventa il modo con il quale Gesù passa la sua passione (la trasmette). Lascia il suo desiderio in eredità ai suoi amici, perché diventi il loro desiderio, diventi la loro passione. Diventi anche per loro il desiderio di cui desiderano, per cui spendono la loro vita e la donano fino alla fine.

2. Il gesto/rito di Gesù

Siamo ora in grado di capire meglio la seconda parte del racconto: il senso dei suoi gesti; quel “per voi” ripetuto due volte; e la sua consegna: “fate questo in memoria di me”.

a) I gesti di Gesù sono semplici. Guardiamoli prima nel loro insieme. Gesù prende del pane, ringrazia, lo spezza e lo dà ai suoi amici. Poi dice che quel pane è lui, il suo corpo, dato per loro. Poi fa la stessa cosa con il calice, e dice che è il suo sangue, versato per loro. I gesti di Gesù condivisi con i suoi trasformano quel momento in un rito: l’eucaristia, il rito del suo desiderio, della sua passione.

La vita di ciascuno di noi è fatta di una rete di relazioni, che sono stabilite attraverso le cose, ed è guidata da un desiderio, che ne siamo coscienti o meno. Le azioni sono i passi concreti che mettiamo in atto ogni giorno per inseguire il nostro desiderio, per dare corpo alla nostra felicità. Siccome le azioni non sono sempre lineari, qualche volta sono opache e contraddittorie, come umani abbiamo bisogno di estrarne qualcuna e di farla diventare un gesto. Un gesto è una azione che carichiamo di significato in vista di dire e rilanciare il nostro desiderio. Dare un bacio alla persona che si ama quando ci si sveglia, è un’azione che facciamo diventare gesto. Dice chi è quella persona per noi, chi vogliamo essere per lei. Se il bacio è scambiato da almeno due persone che gli attribuiscono lo stesso significato, il gesto è un rito. Il rito del bacio della mattina rivela il desiderio dei due: esprime il loro amore, ma esprimendolo ha la forza di far loro vivere la giornata in questo amore. Ogni rito esprime e nello stesso tempo trasforma le persone nella linea di quello che esprime. Le fa diventare quello che esprimono. Una relazione povera di riti va verso la sua morte. Una vita senza riti si svuota di desiderio e finisce in una sequenza di azioni prive di senso. I riti sono la cosa più preziosa che abbiamo per rendere umana la nostra vita.

Guardiamo quindi i gesti di Gesù, il pane spezzato e il vino dato da bere, che lui chiede che diventino anche i nostri gesti, cioè un rito. Che significato hanno? Tutta la vita di Gesù può essere riletta secondo la chiave data da questi gesti. “Tutte le azioni concrete della mia vita mirano ad un unico desiderio: un mondo fraterno, dove le cose (il pane) siano per la condivisione e non occasione per dividersi. Io sono sempre stato in mezzo a voi come colui che ha messo a disposizione il suo tempo, le sue energie, la sua fantasia, le azioni concrete (la mia corporeità, il mio corpo) perché diventi possibile un mondo di fratelli e sorelle, che si riconoscono tali perché hanno lo stesso Padre nei cieli. Per questo desiderio ho speso la mia vita e per portarlo a compimento, per non smentirlo, io ora la dono fino in fondo (il sangue)”. Il sangue esprime la modalità violenta e sofferta con la quale egli resta fedele a questo sogno e dà la sua vita per esso. E’ la sua passione: ciò che lo ha appassionato e ciò per cui ha patito.

b) Questo è il senso globale dei gesti di Gesù, ma se li guardiamo ora uno a uno possiamo capire più in profondità il suo desiderio, come lo attua, come lo trasmette. Sono tre: prende il pane, rende grazie, lo spezza o lo dona. Così fa per il vino.

Notiamo che tra il pane ricevuto e il pane donato sta il ringraziamento. Questi gesti racchiudono tutta l’umanità e la spiritualità di Gesù. Egli ha accolto e vissuto fino in fondo la sua vita (prese il pane); ha riconosciuto il donatore, si è sempre sentito come regalato a se stesso, ha sempre detto grazie; per questo motivo ha saputo donare la sua vita. Proprio perché riconosce la sua vita come un dono e rende grazie, allora la “prende”. La spiritualità del dono non è una spiritualità ascetica, della rinuncia (se uno ti fa un dono, ne devi godere, te ne devi nutrire, gioire, non lo devi mettere in un cassetto!), ma una spiritualità del ringraziamento.

Il pane preso viene poi spezzato e dato. Va preso e bisogna goderne, ma non da soli. È perché Gesù ha un grazie da dire che dà la sua vita per i discepoli. Qui c’è il modo giudaico di concepire la vita: la benedizione giudaica ha questo bellissimo significato: vuol dire che devi mangiare con gusto, ma anche che devi distribuirlo agli altri. Il primo modo di ringraziare è di ricevere volentieri il dono (esempio del bambino: il più bel grazie che ci può dire quando gli facciamo un regalo è la sua gioia di riceverlo e di mettersi subito a giocare). Deve esserci questo pensiero: “Se Dio dà qualcosa a me è perché deve essere anche ridonato”.

– Non bisogna però farsi prendere dal romanticismo: Gesù ringrazia il Padre non in un momento di felicità, ma prima di morire. Come è possibile? Di che cosa ha potuto dire grazie nell’imminenza di una morte violenta e ingiusta? Del fatto che, all’interno di questa vicenda, gli sia stato concesso di essere permanentemente e niente altro che disponibile. Il Padre suo è infinitamente distante da chi gli impone la morte, ma proprio per questo gli è infinitamente vicino. Proprio di questo Gesù può dire umanamente grazie: di poter essere entrato nella storia umana diventando il massimamente vicino a noi proprio perché il massimamente lontano da ogni atteggiamento egoista e violento. E prima di morire ringrazia per essere stato sempre così e di poter essere libero di esserlo fino in fondo, di non smentire se stesso come figlio di Dio e fratello di tutti. Gesù non è contento per quello che gli sta capitando, ma perché si sorprende di non essere prigioniero di ciò che gli sta capitando, perché può rimanere se stesso anche dentro ciò che è obiettivamente pesante.

– Tutto questo egli lo esprime nel gesto di una cena e chiede ai sui di condividere questa cena (dove il vino ha un posto importante), di farla diventare il loro rito.

Gesù prende il posto a tavola. Prende quel posto che noi abbiamo abbandonato. Gesù è venuto in mezzo a noi e ha trovato che il posto che corrispondeva al disegno di Dio, il posto della fraternità e della commensalità, era stato abbandonato. Egli si è posto nel luogo che era nostro, lo ha vissuto totalmente perché noi, tramite Lui, potessimo farvi ritorno, potessimo tornare a vivere in questo mondo come figli e fratelli, con la passione per la commensalità. Questo è il senso profondo di quel “per voi” (al posto nostro; in favore nostro). Esprime tutta la sua vita e la sua missione, tutto il suo desiderio. Il suo desiderio, il senso della sua vita è di restituirci alla nostra fraternità, di fare del mondo una tavola apparecchiata dove condividiamo il cibo e rendiamo grazie.

C) Ci resta l’ultima frase: “fate questo in memoria di me”. Il suo desiderio è d’ora in poi il desiderio dei suoi discepoli, la loro memoria, la loro passione, quel modo di vivere al mondo e di stabilire le relazioni che darà senso alla loro vita, ciò per cui essi si appassioneranno fino al sangue. Ciò per cui spenderanno la loro vita. Questo “fate questo in memoria di me” è la sua consegna, la sua eredità, il suo passarci la sua passione perché anche noi la passiamo, cioè la attraversiamo e la trasmettiamo.

3. Verso la nostra vita

Vorrei trarre da tutto questo testo tre piste di riflessione per noi. Ognuno può scegliere quella che gli sembra più adatta.

a) Il desiderio di Gesù mostra come la sua vita è tutta segnata da qualcosa di irrinunciabile. Ha trovato il senso della sua vita e della sua morte solo in questo: restituirci alla nostra fraternità, alle relazioni fraterne. L’ha proprio desiderato tanto.

Egli sa che ciò di cui noi abbiamo maggiormente bisogno non è il pane materiale, ma la gioia di poterlo mangiare insieme, cioè la relazione con gli altri. Nella invocazione del Padre nostro (“dà a noi il nostro pane di ogni giorno”) si rivela che il bisogno vero nella domanda del pane è in realtà una attrazione, è speranza di una relazione (nostro), di una compagnia che ci tolga dall’isolamento, dal rischio di essere senza relazioni, poiché per gli umani il cibo ha sempre la forma di una mensa, di una tavola. Il dramma della storia umana e di ogni singola vita è proprio la disintegrazione di questo nesso tra pane e mensa, tra cibo e compagnia. “Se devo mangiare da solo, mi passa l’appetito”, diciamo qualche volta. Questa disintegrazione mortifica la vita, lascia molti senza cibo e rende per gli altri il cibo insufficiente, insipido, privo del gusto di cui la vita ha bisogno. In questa lacerazione (rappresentativa di una situazione che mina dall’interno la vita umana e la società, ma che può minare anche una coppia) è venuto ad abitare il Signore Gesù. Per non rispondere con una chiusura alle nostre chiusure ha accettato che il suo sangue venisse versato come racconto finale, come atto ultimo della sua esistenza storica con noi e tra noi. E così ha rimesso nel mondo la logica della vita, ha rimesso il pane sulla mensa, il pane della commensalità. Ci ha resi capaci di condividere la vita, di essere fratelli e sorelle.

Questo desiderio ci interpella. Che cosa stiamo desiderando, per noi e per gli altri? Per i nostri figli? Dentro le nostre azioni, nei gesti quotidiani che facciamo, nei riti umani che celebriamo (nella coppia, in famiglia, nella nostra rete relazionale) quale passione ci porta avanti? È la sua? O corriamo dietro non al desiderio, ma ad una moltiplicazione di bisogni e di voglie? Per cosa stiamo spendendo la nostra vita?

Facciamo insieme verità sul nostro desiderio.

b) I tre gesti di Gesù sono i gesti della fraternità, della commensalità: prendere, ringraziare, condividere.

Pendere: accogliere la propria vita e la propria umanità così come è. Accogliere se stessi come si è, i propri genitori come sono e come sono stati, i propri figli con i loro caratteri e le loro scelte, il proprio partner come è, il proprio ambiente, il proprio lavoro… Tutto potrebbe essere diverso, tutto teoricamente potrebbe essere migliore. Accogliere quello che siamo è il modo per poterne godere. In fondo non è altro che accogliere la propria umanità e godere di quello che siamo nei nostri limiti.

Ringraziare: significa non pensare mai che la nostra vita sia nostra proprietà. Sentirsi sempre un dono, sempre regalati ogni mattina a se stessi. Godere di potersi svegliare e trovare ancora una volta il sole e la pioggia, i propri cari, la propria casa, il proprio lavoro, anche le proprie fatiche e sofferenze. Tutto è grazia. Tutto ci è costantemente regalato.

Condividere. Restituire in maniera grata quello che siamo e che abbiamo ricevuto, con semplicità. Il miglior modo per godere della vita è di donarla.

La vita cristiana ha questa struttura eucaristica: graziati, grati e gratuiti.

Verifichiamo insieme se la nostra vita ha questa struttura, se essa è eucaristia.

È questo lo stile grazioso e grato che contraddistingue la nostra persona, la nostra coppia, la nostra famiglia, gli ambienti nei quali viviamo?

c) Il rito e i riti della nostra vita

L’eucaristia che celebriamo ogni domenica è il rito che facciamo nostro perché diventi nostro il suo desiderio. Con questo rito noi esprimiamo questo desiderio, ma esprimendolo siamo resi capaci di rilanciarlo quando si spegne e di vivere secondo questo desiderio. Infatti ogni domenica è il Signore Gesù che riprende il suo posto a tavola come quella notte e ci rende all’altezza del suo sogno, del suo desiderio. L’eucaristia, lo abbiamo capito, non è un gesto religioso. È un rito umano. È l’immersione in un rito che, celebrato dal Risorto per noi, modella continuamente la nostra umanità come umanità filiale (e quindi grata) e fraterna (e quindi gratuita). Per questo lo chiamiamo con il nome più bello che ci sia: eucaristia. Sappiamo che i gesti (il bacio, ad es.) con il tempo possono subire usura, perdere significato e tornare azioni banali. Sappiamo che talvolta possono nascondere l’opposto di quello che dicono, diventando falsi (il bacio di Giuda, ad es.). Questo accade anche al rito dell’eucaristia: esso può diventare “precetto domenicale” (ma come si può ordinare un desiderio?) o peggio cerimonia. Una cerimonia è un rito svuotato del suo desiderio.

Come possiamo tenere vivo il nostro appuntamento domenicale? Come evitare che diventi un rito religioso, e quindi una manifestazione del sacro e non di una umanità, con tutta il suo potenziale di vita e di denuncia? Non c’è nulla di più profano del rito dell’eucaristia: esso conferisce vita e tramette desiderio di vivere. Comunica una passione e dà la forza di portala avanti fino a spendersi per questa passione.

Dentro questo rito, vengono riscattati e impreziositi tutti gli altri riti umani, che mantengono vive le nostre relazioni: riti di coppia, familiari, sociali.

Qual è il tasso della nostra ritualità? Quella domenicale di comunità e quella di coppia e familiare?

N.B. Queste tre piste di verifica sono intimamente connesse:

– la prima verifica porta sul desiderio, la passione che guida la nostra vita;

– la seconda valuta se la nostra vita mette in atto o smentisce il nostro desiderio, la nostra passione. Infatti si può avere un desiderio in teoria, e poi smarrirlo nello stile di vita che si mette in atto. Solo una vita di grazia (dono, gratitudine, gratuità) dà corpo alla passione di Gesù.

– la terza riguarda la risorsa del desiderio. È la nostra capacità simbolica o rituale. Certo, riguarda un rito che Gesù ci ha lasciato come segno della sua passione, ma anche tutti gli altri riti umani che custodiscono e rilanciano il nostro desiderio e il nostro stile di vita.

Fratel Enzo Biemmi