La vita religiosa attraversa un tempo di crisi, così forte da essere spesso vissuto dai suoi membri come un tempo di sterilità: invecchiamento dei religiosi, mancanza di vocazioni giovani, abbandoni dei propri Istituti non solo nei primi anni di professione, ma anche di religiosi e religiose nella piena maturità della vita, difficoltà sempre più grandi a gestire opere e strutture. Che cosa sta accadendo? Le analisi si moltiplicano, gli appelli alla speranza non mancano, ma in molti si insinua un senso di stanchezza e di rassegnazione. Ogni crisi è un appuntamento di Dio. Per questo ci lasciamo guidare da due testi, uno del Vangelo (l’incontro tra Maria e Elisabetta) e uno della Chiesa (una parola di Papa Francesco). L’obiettivo è quello di trovare un aiuto a vivere questo tempo di crisi come una grazia, questo tempo di sterilità come un allenamento alla fecondità. In particolare ci chiediamo come possiamo vivere e affrontare con fede e responsabilità la mancanza attuale di vocazioni, almeno nei paesi di antica cristianità, per la maggioranza degli Istituti religiosi.

39In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 40Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo 42ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? 44Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo . 45E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”.

46Allora Maria disse:
“L’anima mia magnifica il Signore
47e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
48perché ha guardato l’umiltà della sua serva.

«Conversione non è facile, perché è cambiare la vita, cambiare metodo, cambiare tante cose, anche cambiare l’anima. Ma questo cammino di conversione ci darà l’identità di un popolo che sa generare i figli, non un popolo sterile! Se noi come Chiesa non sappiamo generare figli, qualcosa non funziona! La sfida grande della Chiesa oggi è diventare madre: madre! Non una ONG [“organizzazione non governativa”] ben organizzata, con tanti piani pastorali… Ne abbiamo bisogno, certo… Ma quello non è l’essenziale, quello è un aiuto. A che cosa? Alla maternità della Chiesa. Se la Chiesa non è madre, è brutto dire che diventa una zitella, ma diventa una zitella! E’ così: non è feconda. Non solo fa figli la Chiesa, la sua identità è fare figli, cioè evangelizzare, come dice Paolo Vi nell’Evangelii nuntiandi. L’identità della Chiesa è questa: evangelizzare, cioè fare figli. Penso a nostra madre Sara, che era invecchiata senza figli; penso ad Elisabetta, la moglie di Zaccaria, invecchiata senza figli; penso a Noemi, un’altra donna invecchiata senza discendenza… E queste donne sterili hanno avuto figli, hanno avuto discendenza: il Signore è capace di farlo! Ma per questo la Chiesa deve fare qualcosa, deve cambiare, deve convertirsi per diventare madre. Deve essere feconda! La fecondità è la grazia che noi oggi dobbiamo chiedere allo Spirito Santo, perché possiamo andare avanti nella nostra conversione pastorale e missionaria. Non si tratta, non è questione di andare a cercare proseliti, no, no! Andare a suonare al citofono: “Lei vuol venire a questa associazione che si chiama Chiesa cattolica?…”. Bisogna fare la scheda, un socio di più… La Chiesa – ci ha detto Benedetto XVI – non cresce per proselitismo, cresce per attrazione, per attrazione materna, per questo offrire maternità; cresce per tenerezza, per la maternità, per la testimonianza che genera sempre più figli. E’ un po’ invecchiata la nostra Madre Chiesa… Non dobbiamo parlare della “nonna” Chiesa, ma è un po’ invecchiata…. Dobbiamo ringiovanirla! Dobbiamo ringiovanirla, ma non portandola dal medico che fa la cosmetica, no! Questo non è il vero ringiovanimento della Chiesa, questo non va. La Chiesa diventa più giovane quando è capace di generare più figli; diventa più giovane quanto più diventa madre». (Papa Francesco, discorso di apertura del Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma, 16.06.2014).

Papa Francesco ha rivolto questo parole alle parrocchie della diocesi di Roma, non alle comunità religiose. Ma molto di quello che dice ci può stimolare e aiutare a vivere l’attuale situazione della vita religiosa che possiamo definire di “sterilità”. È difficile dire qualcosa di sensato e costruttivo sulla mancanza di vocazioni. Si rischia di dire le solite cose (pregare di più, essere più santi…) e di diventare sempre più depressi man mano che passa il tempo. È possibile dire una parola realistica e allo stesso tempo di speranza sul futuro della vita religiosa? Dire qualcosa di vero e di bello sulla mancanza attuale di vocazioni nelle nostre comunità religiose? È possibile considerare questo tempo di sterilità come un tempo di grazia e quindi viverlo preparando una “gravidanza” i cui tempi sono nelle mani di Dio? Possiamo cercare di essere fecondi in tempo di sterilità? Sembra essere questo l’unico atteggiamento responsabile: riconoscere che siamo in una situazione di sterilità; mantenere il proprio grembo preparato e disponibile per quel miracolo della vita che non è mai nelle nostre mani: vale per la nascita di un bambino (è sempre un miracolo, anche se i genitori lo desiderano e fanno di tutto per averlo), vale per una vocazione religiosa. Infatti, se la stagione della sterilità viene vissuta come la stagione della fine (perdita di speranza), allora quando Dio decide di visitarci e di far nascere un figlio, come il tempo di Natale ogni anno ci ricorda, non potrà farlo, perché il grembo non solo è sterile, ma è morto. E questo miracolo neppure Dio lo può fare, perché ha avuto bisogno di una vergine (Maria) e di una sterile (Elisabetta) per far nascere il suo Figlio come figlio umano.

Per questo motivo ci possono aiutare le parole di Papa Francesco, perché sono un paradosso: chiede alla Chiesa invecchiata di essere madre, di essere feconda, di fare figli. Non può chiederle di fare quello che non dipende da lei, cioè di creare. Questo è dono di Dio. Ma le chiede di tenere vivo il proprio grembo, in modo da essere pronta alla visita di Dio che la renderà feconda. Per questo le dice di cambiare nella testa e nel cuore, perché un figlio si genera nell’utero del pensiero (lo si desidera) e del cuore (lo si ama), prima che nel grembo nella carne. È quello che il Papa intende per “conversione missionaria”. «Conversione non è facile, perché è cambiare la vita, cambiare metodo, cambiare tante cose, anche cambiare l’anima. Ma questo cammino di conversione ci darà l’identità di un popolo che sa generare i figli, non un popolo sterile!».

Per evitare di dire cose scontate e inutili sul tema delle vocazioni, prendiamo quindi questa direzione: come “cambiare l’anima” delle nostre singole persone e delle nostre comunità perché esse siano feconde, cioè disponibili ai miracoli di Dio?

Papa Francesco richiama non a caso alcune donne bibliche sterili: Sara, Elisabetta, Noemi. E l’elenco può continuare.

Per indicare alcuni atteggiamenti che ci aiutino a vivere questo tempo di sterilità come attesa e di tenere per questo preparato il nostro grembo personale e comunitario per la visita feconda di Dio quando lo vorrà, guardiamo insieme il racconto della visita di due donne, Maria e Elisabetta, non tanto per farne una esegesi esaustiva, ma per attingervi alcuni atteggiamenti che ci mantengano vivi e fecondi anche in un periodo di sterilità[1].

Sottolineiamo 5 atteggiamenti che questo testo ci può offrire per essere fecondi.

1. La sterilità unita alla verginità

Guardiamo prima di tutto Elisabetta.

Elisabetta e suo marito Zaccaria sono i primi personaggi del vangelo di Luca. Di loro si dice che erano giusti, ma non avevano figli, perché Elisabetta era sterile ed entrambi erano ormai anziani. Siamo di fronte a una coppia di giusti senza figli, immeritatamente. Elisabetta e Zaccaria avvertono un contrasto profondo e doloroso: la giustizia sembra condannata alla sterilità, ha come frutto la solitudine, l’insignificanza, l’aridità, il vuoto.

Ora, proprio questa donna, che vive a casa sua, sulle montagne di Giuda, lontana dai grandi avvenimenti, apparentemente esclusa dalla misericordia di Dio, viene visitata.

Elisabetta viene visitata due volte, prima dal marito Zaccaria (1,24), poi dalla cugina Maria (1,39ss).

a) Elisabetta è visitata dapprima dal marito. Come era avvenuto per Sara e per Anna, Dio visita la donna sterile rendendo fecondo il suo rapporto con il marito. Per Elisabetta è una visita silenziosa, perché Zaccaria è muto.

Avviene un miracolo inaspettato: Dio si serve di chi è umiliato per togliere la vergogna dell’umiliata, si serve di chi non parla per far partorire un profeta, Giovanni il Battista.

Elisabetta rimane incinta e si tiene nascosta per cinque mesi (Lc 1,24). Ci si aspetterebbe un’esplosione di gioia, un correre da tutti per annunciare la bella notizia. Ma Elisabetta non può comunicare ad altri quello che è in lei, perché può essere snaturato, deriso, oppure confuso con una sola anomalia biologica. Ma soprattutto è necessario per lei un tempo lungo per comprendere il senso di quanto le è accaduto. Prima del parto fisico ha bisogno del parto della comprensione del senso di quello che le succede. Per questo resta nascosta e in silenzio.

b) È dentro questo doppio silenzio, suo e di suo marito, che Elisabetta viene visitata da Maria. Tutti ricordiamo il brano che precede questo, quello dell’annunciazione: l’angelo le annuncia che sarà madre del Salvatore. Elisabetta è sterile, lei è vergine. E anche lei tiene nascosto a tutti quello che le è accaduto, anche a Giuseppe.

Come Zaccaria, anche Giuseppe è in silenzio. Se Zaccaria è anziano e muto, Giuseppe non è il padre del bambino. Avviene così un raddoppiamento estremamente forte: qui si parla di due gravidanze, la prima di una sterile con un padre anziano e muto, la seconda di una vergine, con un marito che non è il padre e sta in silenzio. Questi paradossi vogliono sottolineare che quello che sta accadendo è tutto opera di Dio.

* Stiamo vivendo un tempo di sterilità, che il testo di Luca ci aiuta a interpretare abbinando due situazioni: vecchiaia sterile e verginità. La vecchiaia sterile dice impossibilità, la verginità giovane dice possibilità come disponibilità. Luca ci presenta l’incontro tra le due per dirci che nell’impossibilità umana Dio può agire se viene conservata la disponibilità. Il termine “zitella”, che Papa Francesco qualche volta usa, dice invece la mancanza assoluta di disponibilità dentro una situazione di non possibilità umana. Come stiamo rispetto a questo? Che aria tira dentro il nostro cuore e dentro le nostre comunità?

È importante che noi viviamo consapevolmente e accettiamo il tempo della sterilità. La mancanza di vocazioni non ha la sua radice prima nella mancanza della nostra santità, come rappresenta bene la situazione di Elisabetta e Zaccaria, che per una vita intera sono “giusti”, cioè santi, ma che non sono fecondi. Essa viene da fattori demografici (crollo delle nascite rispetto a 50 anni fa), perdita di consenso rispetto alla Chiesa, perdita di valorizzazione sociale delle vocazioni (preti, religiosi/e), rivalutazione dei carismi laicali considerati dello stesso valore di quelli di speciale consacrazione. È un tempo di purificazione e di silenzio, nel quale bisogna stare in ascolto (come Maria e Elisabetta) e in preghiera (come Zaccaria), ma vivi, con speranza e in stato di attesa. Un figlio nasce se lo si attende e si rimane pronti ad accoglierlo. Si tratta di mantenersi fecondi in stato di vergine sterilità.

2. La carità delle parole

Il racconto si concentra sull’incontro di due donne accomunate da una stessa condizione: Elisabetta è sterile e Maria è vergine, entrambe sono incapaci di generare e concepiscono perché Dio opera in loro. Sono due donne e come tali sono le custodi del mistero della vita, ma loro in maniera straordinaria e profondissima sanno che la vita che portano in grembo è dono e che anche la loro vocazione di madri è realizzata da Dio. Entrambe le donne custodiscono questo segreto nel cuore. Perché? Perché entrambe hanno bisogno di un aiuto per comprenderne il significato e farlo diventare parola davvero personale e propria. Hanno bisogno di tempo per operare il passaggio da genitrici a madri, per poter dire: “Tu sei mio figlio”.

Per questo Luca annota la rapidità istantanea con cui Maria si mette in viaggio: «si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda». La città è Hain-Karim, 150 km da Nazaret in salita. Talvolta si dice che questa fretta è dovuta alla carità di Maria, la quale, subito, avendo saputo della condizione di Elisabetta, si reca da lei per servirla. Il testo però non accenna nemmeno a questo motivo, che è piuttosto una nostra deduzione. Infatti, dei tre mesi di permanenza a casa di Elisabetta (1,56) non c’è nessun accenno alle cure di Maria. Luca racconta solo l’incontro delle due donne e le parole che si scambiano. Se il motivo della visita fosse il servizio, perché Maria torna indietro prima della nascita di Giovanni, quando sua cugina avrebbe avuto bisogno di un aiuto maggiore?

Si tratta dunque della carità di una parola che Maria offre alla cugina e che nello stesso tempo attende da lei, non di un servizio fisico. E infatti tutto il testo è fatto di parole scambiate.

«Raggiunse in fretta una città di Giuda». Commenta Ambrogio: «La grazia dello Spirito Santo non sopporta ritardi». Intuiamo che è lo Spirito a muovere Maria e a donarle tale libertà, tale creatività nell’uscire dalle abitudini. Ciò che la muove è anche il desiderio di vedere il segno che le avrebbe confermato il suo mistero, un segreto pesantissimo da vivere, un segreto difficile da comunicare e che per ora non ha comunicato a nessuno.

È bello vedere come lo Spirito Santo muove la giovane a visitare l’anziana, come quando noi andiamo da una persona più sperimentata a chiedere un consiglio.

Maria fa il viaggio da sola. Si tratta dunque di un viaggio interiore, che riguarda lei direttamente, quanto sta vivendo, quanto le è stato annunciato. Maria va da Elisabetta per approfondire la rivelazione che ha sperimentato. Il viaggio verso Giuda è il suo cammino di fede che ha bisogno di guardare al segno ricevuto e accolto senza ancora vederlo realizzato. Essa sa che in questo incontro la sua fede e la sua vita avranno un motivo di crescita. È un cammino fisico per percorrere un cammino interiore.

* Il tempo di sterilità che stiamo vivendo nella vita religiosa (almeno così noi lo sentiamo) chiede di essere interpretato come un “segno”. Per questo abbiamo bisogno di scambiarci parole profonde, di cercare insieme quello che Dio vuole da noi in questo tempo di attesa. Non può essere un tempo vuoto, ma un tempo carico della “carità delle parole”. Abbiamo bisogno della Parola, di scambiarci la Parola e di scambiarci parole umane. Questo ci aiuterà a conservare un silenzio pieno, non un silenzio vuoto e senza speranza. «Maria conservava tutte queste cose nel suo cuore», ci ripete Luca come un ritornello. Nell’incrocio tra generazioni (la giovane e l’anziana) e ora tra culture (l’europea, la latino americana, l’africana, l’asiatica…) dobbiamo ascoltarci vicendevolmente e dirci quello che la Parola dice ad ognuno. È importante che ci aiutiamo a vivere pensosamente questo tempo facendoci il dono della Parola e delle parole fraterne.

3. Il saluto come benedizione

Nell’incontrare Elisabetta, Maria saluta. Il saluto è al centro di questo passo, ricorre tre volte: “salutò Elisabetta”, “appena ebbe udito il saluto”, “appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi”.

Il saluto non è una semplice espressione di cortesia, ma piuttosto una benedizione, una parola che riconosce l’altra donna come la sede del prodigio divino di vita. È un saluto che sa vedere quello che Dio sta operando nell’altra persona e glielo comunica, la aiuta a capirlo. Potremmo dire che la vergine si è fatta istruire dal saluto dell’angelo e ora è diventata donna esperta del saluto: è diventata cioè la portatrice di una parola che annuncia benevolenza e dà vita. Quanto lei ha ricevuto, ora lo dona. Maria è come un angelo, un messaggero divino, che incontrando la cugina le dona una parola di benedizione.

* Esperti del saluto, cioè di parole di benedizione per le donne e gli uomini di oggi. Questo è un modo straordinario per essere fecondi. Non solo scambiarci reciprocamente la carità della parola, all’interno delle nostre comunità, ma offrire parole di benedizione a tutte e a tutti. Le persone oggi hanno tanto bisogno di essere benedette, di sentirsi dire (con le parole e con gli atteggiamenti) che non sono sole, che Dio le ama. “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti”». (Evangelii gaudium, 164). Questo vuol dire avere la passione e la compassione per ogni situazione umana, portare a tutte e a tutti il messaggio che Dio ci ama, ci visita, ci custodisce. In qualche modo è sussultare di gioia per quanto Dio opera nelle persone, nei poveri soprattutto, e aiutarle a vedere che in loro c’è vita, che in loro agisce Dio, facendo loro il regalo che Maria fa a Elisabetta e Elisabetta fa a Maria: sanno vedere la vita di Dio l’una nell’altra e in questo modo diventano feconde.

Tenersi disponibili ad accogliere il dono di nuove vocazioni non significa chiudersi in un’attesa autoreferenziale, pregando per le vocazioni, ma rimanendo chiusi nelle nostre abitudini. Significa amare, donare il vangelo a tutti, sentire compassione per ogni situazione umana ferita. Essere sorelle e fratelli di tutti. È così che si è padri e madri e si sarà capaci anche di diventarlo per nuove vocazioni, se Dio vorrà e come lui vorrà.

4. L’abbraccio reciproco

Il saluto di Maria fa sobbalzare il bambino nel grembo di Elisabetta.

Questa reazione è importante, ricorre due volte (v. 41 e v. 44): è come se il bambino iniziasse ora a vivere, come se la madre sperimentasse per la prima volta la vita di suo figlio. Così per la prima volta Elisabetta parla del suo concepimento (cfr. 1,24). Forse solo adesso, alla parola di Maria, Elisabetta percepisce la bellezza e la gioia di quello che in lei era presente, ma come soffocato, di quello che era donato, ma non pienamente riconosciuto. La visita di Maria era inattesa per Elisabetta, ma essa attendeva che qualcuno le parlasse, le dicesse qualcosa che facesse sussultare di gioia il suo grembo di madre. Doveva essere una parola senza derisione, senza biasimo, senza gelosia, doveva essere una parola di innocenza e di rispetto, una parola di amore.

Dopo questa parola di amore, al v. 42 inizia il discorso di Elisabetta. La reazione di Elisabetta è indicata con tre eventi contemporanei: l’ascolto del saluto, il bambino che sussulta di gioia in lei, la pienezza dello Spirito Santo.

Da questo incontro profondo nascono due profezie, una la dona all’altra:

a) La presenza di Gesù in Maria permette a Elisabetta di accogliere la sua maternità e al suo bambino Giovanni di riconoscere Gesù; lo Spirito Santo in Elisabetta e il sussulto di Giovanni aiutano Maria a cogliere/accogliere il significato profondo della sua maternità.

Quanto Elisabetta dice è una rivelazione dell’identità di Maria, una esplicitazione del saluto che le aveva rivolto l’angelo (v. 28). Maria infatti è proclamata la benedetta, la madre, la beata, la credente e questi appellativi declinano il “piena di grazia” del v. 28.

Con le sue parole, Elisabetta conferma Maria, le toglie ogni dubbio, la metta alla luce. Maria aveva un segreto bellissimo e però pesante: la sua verginità, il suo rapporto con Giuseppe, una difficile svolta della sua vita. Ad un tratto si sente compresa, interpretata, avverte che un’altra persona, senza bisogno di spiegazioni, sa del suo segreto, glielo conferma, le assicura che ha fatto bene a fidarsi, quasi a dire: «Coraggio, ti ho capita, non avere paura, sei sulla strada giusta, io stessa sto per avere un figlio e questo figlio sussulta di gioia per il tuo».

b) Per questo anche Maria esplode nel suo canto ed esprime tutto quello che aveva tenuto per sé, perché una relazione profonda le ha permesso di far emergere quello che portava nel cuore.

Sono così rappresentati i motivi di una relazione umana vera e profonda, e sono motivi di reciprocità. Maria vuole dare aiuto e insieme riceverlo.

Maria può dare aiuto perché capisce cosa è avvenuto in Elisabetta, sa interpretarlo come una visita di Dio mentre gli altri vi vedono una anomalia biologica.

Maria spera di essere capita e aiutata a capire/confermare ciò che sta accadendo in lei. Elisabetta la capisce e la conferma. Da questo reciproco aiuto scaturiranno i due canti: dell’anziana e della giovane.

Ecco la particolarità di questo incontro tra le due donne, che Luca racconta in modo abbastanza normale. Non succede nulla di straordinario all’esterno. La straordinarietà è tutta all’interno delle due donne che si incontrano, e che in questo incontro crescono spiritualmente e umanamente.

* Questa reciprocità profonda tra le due donne ci indica un’altra pista di fecondità, interna alle nostre comunità: quella di essere generativi gli uni degli altri, di essere gli uni per gli altri una parola di benedizione, una parola di Dio. Noi non pensiamo abbastanza a questo aspetto: in una comunità si può morire, se non si sente di essere benvoluti dagli altri, e si può invece nascere e rinascere, se si sente che si è amati. C’è dunque la vocazione a essere nelle nostre comunità padri e madri reciprocamente. Papa Francesco ha più volte insistito su questo punto.

Vi invito a rileggere i miei frequenti interventi nei quali non mi stanco di ripetere che critiche, pettegolezzi, invidie, gelosie, antagonismi sono atteggiamenti che non hanno diritto di abitare nelle nostre case. Ma, posta questa premessa, il cammino della carità che si apre davanti a noi è pressoché infinito, perché si tratta di perseguire l’accoglienza e l’attenzione reciproche, di praticare la comunione dei beni materiali e spirituali, la correzione fraterna, il rispetto per le persone più deboli… È «la “mistica” di vivere insieme», che fa della nostra vita «un santo pellegrinaggio». Dobbiamo interrogarci anche sul rapporto tra le persone di culture diverse, considerando che le nostre comunità diventano sempre più internazionali. Come consentire ad ognuno di esprimersi, di essere accolto con i suoi doni specifici, di diventare pienamente corresponsabile?» (A tutti i consacrati. Lettera apostolica in occasione dell’Anno della Vita Consacrata, n. 3).

Non è possibile che nasca una nuova vocazione in una comunità dove non ci si vuole bene, dove non si è benevoli. Chi si affaccia, se ne va in fretta. Poi, quando in una comunità ci si vuole bene, non è detto che nasca una nuova vocazione (questo è nelle mani di Dio e nella libertà delle persone). Ma ciò che è essenziale è che le persone che ci vivono, cioè noi, siamo vivi e ci manteniamo reciprocamente in vita. Non è questa una grande fecondità? Generarsi gli uni gli altri? Perdonarsi? Accordarsi reciprocamente vita?

5. Il canto della gioia

Un ultimo aiuto a essere fecondi ci viene dal canto delle due donne. Lo Spirito Santo porta entrambe a cantare:

Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!

La mia anima magnifica il Signore!

Sono due canti di benedizione del Signore, il punto culminante di una relazione buona che ha permesso alle due donne di far emerge ciò che tenevano nel grembo e nel cuore. Di essere vive e di diventare madri. Il vero accoglimento della loro maternità è avvenuto in questo incontro.

Da questo incontro, da questa visita reciproca, nasce un grande canto di gioia. È bene sottolineare che, dopo il canto delle due donne, anche il profeta muto tornerà a profetizzare, a cantare. Dice Luca che dopo la nascita di Giovanni «Zaccaria, suo padre, fu colmato di Spirito Santo [come sua moglie!] e profetò dicendo… Benedetto il Signore Dio di Israele perché ha visitato e redento il suo popolo… (Lc 1,67); e il cantico si conclude così: «Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio ci visiterà un sole che sorge dall’alto (v. 78). Il Benedictus è così costruito su un’inclusione: quello della visita di Dio.

Il canto del Benedictus, che la Chiesa ci invita a pregare all’inizio di ogni giornata, è suo. Egli diventa veramente padre di un figlio che riconosce non suo, frutto della visita di Dio nella sua vecchiaia. E annuncia a tutti questa visita che riempie di gioia e che si chiama Gesù: ce lo presenta prima che lo faccia suo figlio, quando dirà: «Ecco colui che viene nel nome del Signore».

* Siamo invitati alla gioia, a cantare. Ecco un altro paradosso: essere gioiosi e cantare quando tutto porterebbe a lamentarsi. Papa Francesco ce lo richiama spesso.

« Che cosa mi attendo in particolare da questo Anno di grazia della vita consacrata?

Che sia sempre vero quello che ho detto una volta: «Dove ci sono i religiosi c’è gioia». Siamo chiamati a sperimentare e mostrare che Dio è capace di colmare il nostro cuore e di renderci felici, senza bisogno di cercare altrove la nostra felicità; che l’autentica fraternità vissuta nelle nostre comunità alimenta la nostra gioia; che il nostro dono totale nel servizio della Chiesa, delle famiglie, dei giovani, degli anziani, dei poveri ci realizza come persone e dà pienezza alla nostra vita.

Che tra di noi non si vedano volti tristi, persone scontente e insoddisfatte, perché “una sequela triste è una triste sequela”. Anche noi, come tutti gli altri uomini e donne, proviamo difficoltà, notti dello spirito, delusioni, malattie, declino delle forze dovuto alla vecchiaia. Proprio in questo dovremmo trovare la “perfetta letizia”, imparare a riconoscere il volto di Cristo che si è fatto in tutto simile a noi e quindi provare la gioia di saperci simili a Lui che, per amore nostro, non ha ricusato di subire la croce. […]Possiamo ben applicare alla vita consacrata quanto ho scritto nella Esortazione apostolica Evangelii gaudium, citando un’omelia di Benedetto XVI: «La Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione» (n. 14). Sì, la vita consacrata non cresce se organizziamo delle belle campagne vocazionali, ma se le giovani e i giovani che ci incontrano si sentono attratti da noi, se ci vedono uomini e donne felici! Ugualmente la sua efficacia apostolica non dipende dall’efficienza e dalla potenza dei suoi mezzi. È la vostra vita che deve parlare, una vita dalla quale traspare la gioia e la bellezza di vivere il Vangelo e di seguire Cristo» (A tutti i consacrati. Lettera apostolica in occasione dell’Anno della Vita Consacrata, n. 2).

È importante notare che la gioia che papa Francesco attende da noi non è frutto di un atto di volontà (come quando ci sforziamo di sorridere ma dentro stiamo male), ma è il risultato dei punti che abbiamo detto sopra: un contesto di attesa di Dio nella quale ci facciamo reciprocamente la diaconia della Parola; il fatto che siamo benedizione di Dio per tutti quelli che incontriamo; il fatto che costruiamo comunità nelle quali ci si genera reciprocamente e non si fa a gara a farsi del male con i pettegolezzi, le invidie, l’indifferenza reciproca.

Da questo stile fecondo nasce la gioia, la speranza. Una gioia capace di tenere anche in situazioni di difficoltà e di sofferenza. Una gioia, dunque, che diviene profezia per tutti.

Conclusione

È molto difficile parlare di vocazioni in questo momento. Questo è un problema per tutti. Ma ciò che è decisivo non è tanto di avere vocazioni, ma che quelle che ci sono, cioè noi, ci alleniamo alla fecondità. Il compito fondamentale è di renderci reciprocamente vivi. Questo ci rende fecondi secondo la logica sterilità/verginità che la visita delle due donne ci ha simbolicamente presentato. Il dono di nuove vocazioni resta un dono, e come tale non sarà mai il frutto dei nostri sforzi. Dio sa quello che fa e perché lo fa. Nello stesso tempo egli non può fare quello che vuole se le nostre comunità non sono accoglienti, fraterne e feconde. È questo quello che in questo momento ci chiede. Ed è quello che conta. Perché tenere vivo il nostro grembo è tenere vivi noi stessi.

Un buon esercizio da fare nelle comunità potrebbe essere allora questo: se una persona visita la nostra comunità, cosa siamo chiamati a fare (predisporre, cambiare…) per offrire una comunità evangelica e vivibile? E se questa persona che viene in maniera inattesa fosse un giovane, come capita per una gravidanza non attesa, siamo disponibili a scambiarci parole per capire cosa succede, a riformularci (preghiera, ritmi di vita, tempi di condivisione, missione…), a rendere vivibile la nostra vita per una nuova vita che viene? “State sempre pronti”, ci dice la parola di Dio. State sempre fecondi in modo che la vita trovi il terreno per attecchire e per fiorire, quando Dio vorrà.

[1] Gli spunti presentati si ispirano a tre apporti: C. M. Martini, Contemplazione della visitazione e della scioltezza evangelica nelle relazioni, in Sui sentieri della visitazione. La ricerca della volontà di Dio nelle relazioni di ogni giorno, Ancora, Milano 1996, 21-33; E. Biemmi, G. Laiti, Tempi forti. Sussidio per l’Avvento anno C, EDB, Bologna 1997, 39-46; G. Papola, La visitazione, testo non pubblicato.