Nella Vita Religiosa (VR) il rapporto, la distinzione, la priorità, la tensione, il conflitto…tra Comunità e persona, tra Comunità e individuo sono argomenti all’ordine del giorno.

Io non sono un esperto in materia: sono soltanto una persona umana come tutti e un consacrato nella VR che vive in comunità. Penso che anche semplicemente a questo titolo uno possa dire qualcosa in merito. Esprimo quindi alcune riflessioni e alcune convinzioni personali.

Nella VR si tende facilmente a richiamare, a raccomandare, a far riferimento e a porre l’accento sulla comunità, sulle strutture, sulle norme e sulle esigenze della vita comunitaria, sul valore e la centralità della comunità, dell’Istituto, delle attività apostoliche… E questo perché, giustamente, si vuole denunciare e stigmatizzare quelle forme e quegli atteggiamenti di egoismo, di individualismo, di personalismo, di soggettivismo, di egocentrismo, di assenteismo… che oggi possono facilmente serpeggiare e diffondersi nella mentalità e nello stile di vita dei religiosi/e, e così nuocere al bene della comunità e sfuocare il senso della stessa VR.

Purtroppo capita che, per evitare un ostacolo, sovente ci si fa del male; spinti dallo zelo, si oltrepassano i limiti; per togliere “la zizzania”, si elimina anche “il grano”.

Nella fattispecie, infatti, secondo una certa mentalità, cultura e spiritualità religiosa tradizionale preconciliare, nella VR la comunità, la vita comunitaria, il riferimento alla comunità, il bene della comunità…dovrebbe essere il rimedio, il toccasana di ogni male, di ogni deviazione, di ogni crisi, di ogni disorientamento… oppure la radice o l’obiettivo di ogni desiderio, di ogni aspirazione, di ogni iniziativa… dell’individuo. Tutto dovrebbe essere orientato e finalizzato alla comunità. Questa dovrebbe essere l’unico punto di riferimento secondo lo slogan: “Tutto per la comunità, tutto nella comunità, niente senza la comunità, niente al di fuori della comunità”. In un certo senso si potrebbe quasi dire che quella specie di autoritarismo, di verticalismo, di accentramento, di asservimento… che nel tempo preconciliare si poteva sovente riscontrare nel concetto e nel rapporto tra autorità e obbedienza (Superiore e suddito… La volontà del Superiore è volontà di Dio!…), oggi tenda a ripresentarsi in veste comunitaria: la comunità, la vita comunitaria dovrebbe essere il polo originario, il punto centrale della VR, o almeno, come dicevo sopra, il riferimento primo e prioritario sul quale mettere e marcare l’accento. L’altro polo, quello della persona, della personalità dell’individuo, anche se c’è, anche se lo si riconosce, non lo si accentua più di tanto. Sempre e giustamente, ripeto, per non favorire o dare adito all’individualismo, al soggettivismo, all’egoismo,…

Tuttavia, a mio parere, non è solo questione di accenti. In realtà, anzitutto non si dovrebbe dimenticare che “vita religiosa” – “vita comunitaria” sono concetti astratti, perché nella realtà esistono solo delle persone umane, uomini e donne, degli individui che “si consacrano a Dio”, personalmente e liberamente, scegliendo di vivere in comunità. Ci si consacra a Dio, non alla comunità. Sono i singoli individui che consacrandosi a Dio costituiscono la comunità. I due poli fondamentali sono Dio e l’individuo. La comunità resta sempre soltanto una mediazione, un luogo, un modo, un mezzo… e non “il fine”, la “causa prima” o il “senso ultimo” secondo cui il/la religioso/a sceglie di vivere la sua personale consacrazione a Dio.

Certo, se ci si consacra a Dio in una comunità, necessariamente la comunità coinvolge, interpella e impegna la mia libertà di religioso/a, ma non determina, non sostituisce e non cancella la mia identità personale, la mia individualità, la mia responsabilità, la mia coscienza: “La irripetibile soggettività del singolo non può essere confusa nell’anonimato del gruppo… né essere rimpiazzata dalla comunità, per quanto ricco e importante sia l’apporto di quest’ultima” (cfr. Civiltà Cattolica N° 3266, pag 170). Anche i valori della vita comunitaria, quindi, si devono presentare come il dono di una verità offerta alla “ragione”, alla “coscienza” e alla “libertà” della persona, perché non è moralmente giusto che “l’istituzione venga prima della persona, che la legge venga prima della coscienza, che l’obbedienza venga prima della libertà” (A.Castegnaro: Fuori dal recinto, Ed. Ancora).

Del resto, l’affermazione del “primato della persona” è uno dei punti essenziali del Vangelo e del Cristianesimo. Il destinatario primo del messaggio di Cristo non è la comunità, ma la persona, la coscienza dell’individuo. La persona umana, come individuo, è fine a se stessa, è un valore assoluto in se stessa e per se stessa. Sarebbe disumanizzante, e in ogni caso opposto all’autentico spirito cristiano, considerare e impostare una vita comunitaria senza mettere e tenere sempre in primo piano il valore e la dignità della persona e della sua coscienza, perché l’appartenenza alla comunità non subordina il “primato della persona”. La persona umana è superiore a tutto.  Vale per quello che è e non per quello che ha o che fa. “E’ la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa. E’ il principio, il soggetto, il fine di tutte le istituzioni” (sociali, civili e religiose) (GS, 24- 25).  Non può mai essere considerata un mezzo, uno strumento. Non può essere manipolata… neppure a vantaggio o per il bene di una comunità. Deve sempre essere preferita e anteposta a tutto: all’istituzione, alla struttura, al lavoro, alle opere, all’economia, alla programmazione, all’efficienza, ai valori, ai principi, alla legge… Tutte le norme, tutte le leggi…anche i 10 Comandamenti… sono al servizio dell’uomo, sono in funzione dell’uomo, e non l’uomo in funzione delle leggi. Lo afferma Gesù: “Il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (Mc 2,27). La comunità va finalizzata alle persone e non viceversa. La comunità è fatta di persone ed è in funzione e a servizio delle persone in modo che ogni persona sia accolta, stimata, valorizzata. Il bene della comunità deve essere orientato al bene delle persone. Ogni singola persona è oggetto di amore infinito, gratuito e incondizionato da parte di Dio, per se stessa e in se stessa. Non può essere condizionata o strumentalizzata da nient’ altro e da nessun altro: Dio non l’ha voluta in funzione di altro, nemmeno in funzione del bene, nemmeno in funzione di Se stesso: non è un Dio-Narciso.

Nella vita comunitaria, quindi, si deve rispettare la soglia di intimità della coscienza dell’individuo, che non può mai essere pretesa o violata da nessuno. Nessuna autorità ha il diritto di intervenire nella coscienza di una persona. Essa è il testimone della trascendenza della persona umana: “La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria” (GS, 16) – “Non si deve costringere nessuno ad agire contro la sua coscienza” (DH,3) – “Ognuno è tenuto a obbedire soltanto alla sua coscienza… e ognuno renderà conto di sé a Dio”(DH,11) – “Soltanto la coscienza del soggetto, il giudizio della sua ragione pratica, può formulare la norma immediata dell’azione” (Commissione Teologica Internazionale) – “L’essere umano deve sempre obbedire al giudizio certo della propria coscienza” (Catechismo della Chiesa Cattolica, art.1800). Lo stesso papa Benedetto XVI, quando era giovane teologo, commentando il Concilio, scriveva: “Al di sopra del papa come espressione del diritto vincolante dell’autorità ecclesiastica, sta ancora la coscienza individuale, alla quale prima di tutto bisogna obbedire, in caso di necessità anche contro l’ingiunzione della autorità ecclesiastica”. Ciò vuol dire che il primato è sempre e solo di Dio e della coscienza; che la coscienza umana in cui Dio stesso agisce è intangibile e invalicabile; che le sue decisioni fondamentali non possono mai essere conculcate da nessuna autorità, da nessuna imposizione o coercizione, perché seguire la propria coscienza è un diritto ontologico della persona umana. Una persona che non ascoltasse la sua coscienza e non assumesse la sua responsabilità, non sarebbe una persona umana.  Papa Francesco, nella sua lettera a Eugenio Scalfari, scrive: “ Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza”. San Tommaso d’Aquino diceva addirittura: “Ognuno deve obbedire alla sua coscienza, anche se erronea”. Sia chiaro (sarebbe ovvio, ma è meglio dirlo) l’errore non deve essere volontario, nemmeno nel modo indiretto della negligenza o della mancanza di una continua e permanente formazione morale e spirituale nel corso della propria vita.

Bisogna quindi accettare e rispettare che ogni singola persona sia così com’è, per quello che è e non per quello che fa o che ha; che non sia quello o come la comunità vorrebbe; che abbia il diritto di essere se stessa e non semplicemente un prodotto, un risultato, un riflesso di quel che vuole la comunità. Occorre tener sempre presente la diversità di carattere, di formazione, di cultura, di sensibilità, di esperienza… delle singole persone. Non si devono limare le differenze, soffocare le istanze, le possibilità, le iniziative, le proposte, le obiezioni, le critiche, i pareri, i desideri… individuali, in vista di una conformità che si adegua o all’intraprendenza dei più influenti, dei più riconosciuti, dei più capaci, dei più quotati intellettualmente… o al conformismo dei più timidi, dei più anonimi, dei più remissivi, dei più accondiscendenti, dei più regolari, dei meno creativi… Ogni consacrato/a ha diritto a trovare nella comunità un posto adatto a sé, per meglio manifestare ed  esprimere liberamente la sua fede, la sua consacrazione e per porsi in relazione profonda con le realtà della vita, del mondo, della società, del “popolo di Dio”, della Chiesa… personalmente e ai vari livelli: fisico, psicologico, mentale, culturale, affettivo, morale e spirituale…: “Non tutti i religiosi/e di una Comunità hanno esigenze o aspirazioni identiche. Perciò, senza compromettere la fondamentale unità, si devono offrire ritmi diversi di comunione e di comunicazione, tali da rispondere alle diverse necessità umane e spirituali di ciascun membro. Il governo religioso ha il dovere di garantire questo legittimo pluralismo, sempre salvando l’unità”. (cfr. “L’utopia della vita religiosa” – M. A. Severino – Ed. Paoline – pag 277). “La vita della comunità – scrive anche L. Sebastiani – non dovrebbe né annullare né soverchiare il ritmo e le caratteristiche proprie della vita individuale, bensì compiere e illuminare il suo senso nascosto”. (Morale personale – Ed. PM). Nella comunità religiosa, cioè, non vige né la monarchia, né la democrazia: la comunità religiosa è una famiglia in cui sono tutti figli/e dello stesso Padre e fratelli/sorelle tra di loro, e ognuno ha il diritto di essere se stesso/a (cfr. Mt 23, 8-9). Ogni persona è unica e irripetibile: ha doni, caratteristiche proprie e originali che non possono essere uniformate. Dio crea e vuole che le persone siano differenti, libere, creative, responsabili… Pretendere da tutti le stesse cose non sarebbe rispettoso della volontà di Dio, che richiede non solo rispetto e accoglienza della loro diversità, ma anche la promozione e la cura della diversità. E a questo proposito, ancora Papa Francesco, nell’intervista che gli hanno fatto i giornalisti durante il suo ritorno dal Brasile, dice: “La libertà data da Dio all’essere umano rende impossibile l’ingerenza spirituale nella vita personale”.

La vita comunitaria nella VR, quindi, non consiste nell’uniformità di pensiero, di azione, di movimento, di iniziative, di scelte, di interessi, di opinioni, di progetti… e neppure nel compiere tutti la stessa attività apostolica. Ma è anzitutto ed essenzialmente una comunità e una comunione di vita, in una relazione di amore fraterno reciproco tra persone spiritualmente adulte, in base alla quale ognuno va realizzando se stesso, favorendo e promuovendo la realizzazione personale degli altri. Non consiste prioritariamente nello stare e abitare insieme, nel lavorare insieme, nel pregare insieme, nell’avere tutti gli stessi programmi, gli stessi atteggiamenti, le stesse idee…, ma nell’essere “in comunione di vita”, cioè nel vivere coscientemente e responsabilmente l’amore fraterno che si esprime nel rispettarsi, nel comprendersi, accettarsi, perdonarsi, stimarsi, sostenersi, nell’essere accoglienti e ospitali gli uni verso gli altri, nel rendersi disponibili al servizio e all’aiuto reciproco… E questo si può “fare” anche stando fisicamente lontani, assenti dalla comunità per impegni vari o personali, coltivando aspirazioni, desideri, interessi diversi…; e si può “non fare” pur stando fisicamente vicini, presenti a tutti gli esercizi di pietà, svolgendo lo stesso apostolato, osservando lo stesso orario, perseguendo lo stesso obiettivo, svolgendo gli stessi impegni…  Lo spirito di comunione e lo stesso amore fraterno vengono inevitabilmente abbassati e strumentalizzati, allorché sono ridotti “all’andare tutti d’accordo”, “al pensare tutti allo stesso modo”, “ad assumere tutti lo stesso comportamento”…, e quando, magari, questo lo si crede realizzabile attraverso la repressione delle istanze critiche, la ricerca del consenso facile, il prevalere del conformismo sull’originario ascolto dello Spirito, che parla alla coscienza di ogni singola persona, così come scrive S. Paolo: “A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune” (1Cor 12,7).

Da un altro punto di vista, inoltre, bisogna tener presente che la comunità e la vita comunitaria, intesa come “comunione di vita”, si costruisce solo se le persone, liberamente e coscientemente, coltivano e maturano la capacità di interiorizzare i valori del Vangelo nella VR. Nessuna istituzione, nessuna struttura o norma comunitaria è sana e feconda, se non coinvolge l’interiorità delle persone. Non è la comunità, la vita comunitaria che fa crescere spiritualmente l’individuo. E’ perché egli stesso personalmente, responsabilmente e liberamente si dispone alla vita  spirituale, all’ascolto della Parola, alla conversione del cuore e della mente, all’amore fraterno, al servizio della comunità, alla collaborazione negli impegni e progetti comunitari…, e non perché la comunità stabilisce e impone delle regole, delle norme, dei tempi, dei comportamenti disciplinari e uniformi… Certo, la comunità può facilitare, favorire e stimolare la crescita umana e spirituale dell’individuo;  può e deve proporre, promuovere i valori del Vangelo e suggerire atteggiamenti, modi e occasioni per incarnarli; può sensibilizzare, sollecitare, richiamare… ma non è essa che deve imporsi e decidere per l’individuo. La comunità non può sostituire la coscienza dell’individuo. Essere membri di una comunità religiosa non significa rinunciare alla propria coscienza, alla propria originalità e creatività e diventare anonimi elementi della struttura comunitaria. Il “si” alla vita consacrata, il “si” a Dio è sempre personale, libero… mai imposto, mai delegabile. Per questo, prima di “fare” la comunità, è necessario “fare” le persone libere, creative, intimamente convinte, coscienti e responsabili, testimoni coerenti del Vangelo… e non dei “bravi funzionari” del carisma, dell’istituzione, delle strutture, delle opere… Non ci si deve tanto preoccupare, cioè, di indurre la persona all’osservanza delle norme comunitarie e istituzionali, quanto piuttosto di educarla e formarla alla libera e cosciente pratica dei valori evangelici, che sono tali soltanto se vengono vissuti nell’ottica dell’ “unico comandamento nuovo” che Gesù ci ha dato: “Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi. Da questo riconosceranno che siete miei discepoli” (Gv 13,34-35). E’ in questo amore fraterno che si gioca l’autorealizzazione e la felicità di ognuno, il bene della comunità, il senso e il valore della stessa VR, nella quale la vita di comunione e di fraternità va sempre messa al di sopra della comunità giuridica e istituzionale. Occorre quindi puntare di più sulla responsabilità personale, sulla solidità delle motivazioni di fede, sulla qualità evangelica dell’amore fraterno, della disponibilità al servizio… più che sulla quantità delle norme, degli impegni, delle attività apostoliche, delle esigenze e delle richieste comunitarie…Perché non bisogna dimenticare che nella VR tra una semplice vita comunitaria e una comunione di vita c’è un punto discriminante: solo nella misura in cui si vive una “comunione di vita”, e non una semplice “vita comunitaria”, si testimonia il messaggio evangelico di Gesù Cristo. Lo dice chiaramente Papa Francesco: “La vita comunitaria è una comunione di vita solo se si vive la fraternità”.

In sostanza, molti problemi, molte tensioni, molti conflitti, molti disagi, molte difficoltà, molte situazioni e molti comportamenti impropri… nella vita comunitaria della VR si risolverebbero, se ognuno personalmente raggiungesse un giusto equilibrio tra il senso di una sana appartenenza alla comunità, e il senso di una sana identità personale di consacrato/a a Dio: cioè, se non si prendesse per individualità, soggettività, personalità, libertà di coscienza… ciò che è semplicemente individualismo, egoismo, egocentrismo, narcisismo, autocentrismo, protagonismo…; oppure per vita comunitaria o comunione di vita fraterna… ciò che è soltanto comunitarismo, cameratismo, legalismo, servilismo, formalismo, conformismo, adeguamento, allineamento, sudditanza, sottomissione, dipendenza…  In altre parole, è necessario coniugare l’autonomia della persona con la reciprocità, l’interazione, la relazione, il dialogo, la carità fraterna, la collaborazione, la condivisione, la partecipazione, la corresponsabilità…

In conclusione, ciò che nella VR costituisce l’asse di equilibrio tra individuo e comunità è la personale e coscienziosa responsabilità nella “sequela di Cristo”, che chiama tutti –  personalmente – alla comunione e all’amore fraterno, al servizio reciproco, al generoso dono di sé agli altri, nel rispetto della diversa personalità e della coscienza di ognuno, affinché ognuno possa essere se stesso e sentirsi felice di vivere in comunione con i confratelli/consorelle la propria consacrazione a Dio, in modo unico, personale, gratuito…nella libertà dei figli/figlie di Dio.

                                                                                                                           fratel Vittorino Siviero