Fr. Angelo Raimondo      Il sigillo della misione
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Il sigillo della missione

    Ho gradito l’incarico di parlare del nostro Fondatore e Padre come un invito a nozze a dimostrazione della stima e dell’affetto che ho per Lui. In risposta anche a un Confratello che mi diceva “ Tu vuoi piu’ bene a don Bosco che al Taborin”. In realtà voglio bene a don Bosco e al nostro Taborin. Don Bosco è il santo della mia terra. Il Taborin è il santo di famiglia. Nel suo nome e nel suo carisma ho giocato la mia vita, a lui sono legato da vincoli di figliolanza spirituale e da vivo senso di riconoscenza. Mi rammarico solo di non aver a disposizione la tenace costanza di fr. Fiorenzo el’intelligenza perspicace di fr. Enzo. Ecco, piu’ che commemorazione ho preparato qualche considerazione.

    I santi si possono paragonare agli astri del nostro firmamento, che brillano di luce riflessa. Non si può parlare solo di luce riflessa, il discorso deve riguardare anche e soprattutto la fonte della luce. E la fonte è Cristo, il sole che emana la luce, e grazie alla quale i santi possono, risplendere.

    Mi ha colpito un racconta che ho letto qualche giorno fa. In Inghilterra un uomo era stato accusato di omicidio e il puritano Cromwell lo aveva condannato a morte. La moglie del condannato non si da pace, supplica Cromwell di cancellare la condanna. Cromwell è inflessibile. “Deve morire – dice.- Domani all’alba, dopo i rintocchi della campana, sarà giustiziato”. L’indomani, prima dei rintocchi, la donna si porta vicino alla campana e pone le sue mani là dove il pesante battaglio colpisce la campana. Niente rintocchi al mattino, solo gemiti di una donna che ha le mani peste e sanguinanti. Quando Cromwell vede quelle mani ferite e coperte di sangue dice alla donna:” Vedo che ami davvero tanto tuo marito. Mi hai commosso, non ucciderò tuo marito”.

    La fede cristiana dice che Dio ha pronta una sentenza di condanna contro l’uomo peccatore. Ma Dio deve fare i conti con suo Figlio il quale non esita di offrire il suo sangue per il riscatto. E quando il Padre vede quel sangue sulla bilancia della giustizia,si arrende. Impugna l’arma della misericordia e perdona.

   Veniamo al giovane Gabriele Taborin. Burrascose circostanze sociali e politiche lo obbligano a chiudere il convitto.Si rifugia presso il conte di Champdor. Sistemazione ottimale.Che cosa sarà passato, viene da chiederci, che cosa sarà passato nella mente e nel cuore di Gabriele durante quella parentesi della sua vita? Possiamo immaginarlo. In veste di amico e confidente si avvicina il tentatore e gli bisbiglia:” Finalmente un po’ di pace, Gabriele. Eri stanco. Ne avevi bisogno. Hai trovato il posto che meriti. Sei un uomo di talento, il conte conosce il tuo “savoir faire” e apprezza l’alto livello di “bon ton”. Questa sera sarai anche tu alla serata danzante con Champagne e tante belle donne. Non perdere l’occasione. Finalmente scoprirai che cosa è la vita!” Gabriele schivo, vigile e attento passa il tempo libero a pregare. E a riflettere sul vangelo.

    Nelle sue lunghe ore di preghiera contempla il Cristo seduto nella gloria alla destra del Padre ma il suo sguardo non si stacca dal crocifisso, dall’uomo dei dolori che non ha piu’ sembianza di uomo rivestito solo di piaghe e di sangue. Sguardi appassionati possono portare la vita ma anche la morte. Gli sguardi appassionati di Davide inducono il re al crimine. Gli sguardi appassionati del Taborin sul Cristo che serenamente va incontro alla morte lo inducono alla donazione di se stesso, alla santità. E riflette: “……sic nos amantem, quis non redamaret?”. « Come si fa a non amare un tale amante ?». E il suo cuore arde di amore per Cristo e per i fratelli. Appena giunge notizia che la rivoluzione è rientrata, Gabriele va dal Conte e si licenzia. Il Conte prova un impulso di rabbia. “Lasci i nobili Montillet di Champdor? E hai già deciso senza farmene parola!”

   Nella persona del Conte prende di nuovo forma il tentatore. “La tua scelta è un cammino verso la morte. Intravedo per te uno scenario di funerale. Presto non proverai altro che dolore e rimpianto. Ti offro un’opportunità su un piatto d’argento. E osi rifiutarlo? Non ti interessa nemmeno il matrimonio con una bella ragazza con una ricca dote? Il giovane Gabriele reagisce con forza.“Ho in me tante energie e mi sento attratto verso la vita con prepotenza. Ciò che Lei chiama rinuncia è per me guadagno e ricchezza. Ciò che mi propone è solo zavorra che rallenta la corsa verso la vita. Se voltassi le spalle a Dio ben presto mi inginocchierei davanti agli idoli… che si rivelano presto esigenti, crudeli, fatali. Servire gli idoli è firmare la propria condanna e salire al patibolo con un cappio al collo. Il mio Signore mi propone la libertà e la vita”. La parentesi si chiude, Gabriele lascia la residenza del Conte . Si ritrova solo, nella strada deserta, pellegrino che ha un cammino da compiere e una meta da raggiungere.

    Alcuni studiosi della vita del nostro Venerabile hanno considerato questa parentesi del Taborin presso i Montillet di Champdor il sigillo della sua vocazione. La tentazione di una sistemazione felice e definitiva doveva essere forte. Non piu’ fatiche e affanni, contestazioni, resistenze e calunnie, ma esistenza agiata, serena, gaudente. La luce e il fuoco e la grazia di Cristo lo investono e lo sostengono. E Gabriele canta vittoria.  Così scrive o canta:“Cerco la pace nel tempio in cui risiede il Dio fedele, mio Signore. Tu corri pure alle dimore dei grandi di questo mondo; io scelgo la pace profonda della tenda del Signore”.

    Consapevole che la vocazione cristiana è esigente, decide di impegnarsi a fondo. Diventa testimone.Ma il Signore bussa, urge sollecita e insiste. Gabriele deve essere anche profeta. Parlare nel nome di Dio.Tutti i suoi talenti devono essere messi in opera nella vigna del Signore. Nel paese di Jeurre, il parroco non riesce piu’ a rivolgere la parola alla gente. Un giorno riesce a gridare alla gente che gli ha già voltato le spalle “ Volevo solo presentarvi fr. Gabriele”. Gabriele parla e la gente alla fine commenta: “ Non ci hanno inviato un maestro per i nostri figli, ci hanno inviato un missionario”. Il Taborin non ha studi di specializzazione, non ha approfondito né teologia teoretica, né apologetica, e ignora le sottigliezze del Diritto Canonico ma la verità gli brucia dentro, lo zelo per la casa del Signore lo sorregge, lo rende coraggioso e audace.

   Ricordate Francesco d’Assisi? Dal crocifisso di S. Damiano riceve l’invito a restaurare la Chiesa. E subito il santo si veste da muratore e restaura la chiesetta. Ma ben presto si rende conto che la chiamata era diretta non alla chiesa di mattoni ma alla comunità cristiana vacillante per la guida di pastori inetti e poco responsabili.

Il Taborin si adopra per il culto degli altari, l’ordine nella chiesa, ma poi si rivelano ai suoi occhi le necessità della Chiesa, quella fatta di corpi e di anime, la Chiesa che tanti colpi funesti aveva ricevuto in Francia . Accanto al primo , avremo il secondo, il grande amore che si esprime in iniziativa volte all’educazione cristiana , alla catechesi e all’evangelizzazione.

    Gabriele appare come maestro della Parola ma di questa Parola egli si sente discepolo prima che maestro. E’ la strategia dei santi che, docili allo Spirito, prima si lasciano forgiare e modellare secondo il vangelo e poi si adoprano per evangelizzare. Come discepolo egli pratica e testimonia, come maestro insegna: con tocco sempre intelligente ed efficace.

   In quale misura il Taborin è stato associato alla passione di Cristo? In altre parole, in che modo le sofferenze fisiche morali e spirituali hanno contribuito a fare proclamare eroiche le sue virtù? Sarebbe bello soffermarci ma temo di incontrare lo sguardo implorante del Fratel Provinciale che invoca pietà per i presenti.

     Perciò concludo.  Quando arrivate a Villa Brea e sterzate a destra per il posteggio auto, lasciate alla vostra sinistra un bel cedro maestoso. E’ un cedro del Libano piantato nel 1964, a cento dalla morte di fr. Gabriele. Il cedro è cresciuto, sono passati altri 40 anni. Può essere attuale una persona morta e sepolta 140 anni fa?  Il Taborin è sempre piu’ attuale.Non sostengo che il Fondatore sia vivo in mezzo a noi, solo il Cristo risorto è vivente in mezzo a noi, ma è vivo il messaggio e l’insegnamento che ci ha lasciato, è vivo attraverso il suo esempio, le sue intuizioni, la sua opera.

   Ed è di grande attualità il suo intuito di laico che si rivolge a laici per ricordare la loro missione e coinvolgerli nell’edificazione della Chiesa. 100 anni prima del Concilio Vaticano 2°!!. Quando si diceva ai “cristifideles laici” : “ Il vostro ruolo è di stare in ginocchio per pregare e seduti per ascoltare”.
Da Roma gli giunge il riconoscimento di catechista apostolico che lo radica nell’impegno di evangelizzazione. Di ragazzi, giovani e adulti.

   Ancora oggi non avrebbe difficoltà a far cadere la sicurezza dei giovani, a farli andare in crisi nel confronto della Parola di Dio per strapparli dalla posa del conformismo o dell’anticonformismo per buttarli nell’avventura di scelte evangeliche e profetiche.

Ma è proprio come catechista ed evangelizzatore che fratel Gabriele è presente oggi al nostro pensiero perché l’evangelizzazione e la catechesi sono state l’idea forza della sua anima, la chiave di volta di tutta la sua opera.

    O nostro Venerabile, le tue sofferenze, le tue lacrime, le tue fatiche la tua fede, il tuo ottimismo siano compagni della nostra vita di cristiani e di educatori. Aiutaci a entrare nel convincimento che il Regno di Dio ha bisogno di noi, che Dio fa affidamento sulle risorse del nostro cuore e della nostra intelligenza e coltiva fiduciose attese del nostro ruolo di religiosi, di insegnanti ed educatori.

   Nella consapevolezza che le nostre parole sono leggere e lasciano scarsa impronta, mentre la nostra testimonianza della nostra vita grida, sprona e convince.

                                     
                                                                          Fr. Angelo Raimondo