|
Il
sigillo della missione |
Ho gradito l’incarico di
parlare del nostro Fondatore e Padre come un invito a nozze a
dimostrazione della stima e dell’affetto che ho per Lui. In risposta
anche a un Confratello che mi diceva “ Tu vuoi piu’ bene a don Bosco
che al Taborin”. In realtà voglio bene a don Bosco e al nostro
Taborin. Don Bosco è il santo della mia terra. Il Taborin è il santo
di famiglia. Nel suo nome e nel suo carisma ho giocato la mia vita,
a lui sono legato da vincoli di figliolanza spirituale e da vivo
senso di riconoscenza. Mi rammarico solo di non aver a disposizione
la tenace costanza di fr. Fiorenzo el’intelligenza perspicace di fr.
Enzo. Ecco, piu’ che commemorazione ho preparato qualche
considerazione.
I santi si possono paragonare agli astri del nostro
firmamento, che brillano di luce riflessa. Non si può parlare solo
di luce riflessa, il discorso deve riguardare anche e soprattutto la
fonte della luce. E la fonte è Cristo, il sole che emana la luce, e
grazie alla quale i santi possono, risplendere.
Mi ha colpito un racconta che ho letto qualche giorno fa. In
Inghilterra un uomo era stato accusato di omicidio e il puritano
Cromwell lo aveva condannato a morte. La moglie del condannato non
si da pace, supplica Cromwell di cancellare la condanna. Cromwell è
inflessibile. “Deve morire – dice.- Domani all’alba, dopo i
rintocchi della campana, sarà giustiziato”. L’indomani, prima dei
rintocchi, la donna si porta vicino alla campana e pone le sue mani
là dove il pesante battaglio colpisce la campana. Niente rintocchi
al mattino, solo gemiti di una donna che ha le mani peste e
sanguinanti. Quando Cromwell vede quelle mani ferite e coperte di
sangue dice alla donna:” Vedo che ami davvero tanto tuo marito. Mi
hai commosso, non ucciderò tuo marito”.
La fede cristiana dice che Dio ha pronta una sentenza di
condanna contro l’uomo peccatore. Ma Dio deve fare i conti con suo
Figlio il quale non esita di offrire il suo sangue per il riscatto.
E quando il Padre vede quel sangue sulla bilancia della giustizia,si
arrende. Impugna l’arma della misericordia e perdona.
Veniamo al giovane Gabriele Taborin. Burrascose circostanze sociali
e politiche lo obbligano a chiudere il convitto.Si rifugia presso il
conte di Champdor. Sistemazione ottimale.Che cosa sarà passato,
viene da chiederci, che cosa sarà passato nella mente e nel cuore di
Gabriele durante quella parentesi della sua vita? Possiamo
immaginarlo. In veste di amico e confidente si avvicina il tentatore
e gli bisbiglia:” Finalmente un po’ di pace, Gabriele. Eri stanco.
Ne avevi bisogno. Hai trovato il posto che meriti. Sei un uomo di
talento, il conte conosce il tuo “savoir faire” e apprezza l’alto
livello di “bon ton”. Questa sera sarai anche tu alla serata
danzante con Champagne e tante belle donne. Non perdere l’occasione.
Finalmente scoprirai che cosa è la vita!” Gabriele schivo, vigile e
attento passa il tempo libero a pregare. E a riflettere sul vangelo.
Nelle sue lunghe ore di preghiera contempla il Cristo seduto
nella gloria alla destra del Padre ma il suo sguardo non si stacca
dal crocifisso, dall’uomo dei dolori che non ha piu’ sembianza di
uomo rivestito solo di piaghe e di sangue. Sguardi appassionati
possono portare la vita ma anche la morte. Gli sguardi appassionati
di Davide inducono il re al crimine. Gli sguardi appassionati del
Taborin sul Cristo che serenamente va incontro alla morte lo
inducono alla donazione di se stesso, alla santità. E riflette:
“……sic nos amantem, quis non redamaret?”. « Come si fa a non amare
un tale amante ?». E il suo cuore arde di amore per Cristo e per i
fratelli. Appena giunge notizia che la rivoluzione è rientrata,
Gabriele va dal Conte e si licenzia. Il Conte prova un impulso di
rabbia. “Lasci i nobili Montillet di Champdor? E hai già deciso
senza farmene parola!”
Nella persona del Conte prende di nuovo forma il tentatore. “La tua
scelta è un cammino verso la morte. Intravedo per te uno scenario di
funerale. Presto non proverai altro che dolore e rimpianto. Ti offro
un’opportunità su un piatto d’argento. E osi rifiutarlo? Non ti
interessa nemmeno il matrimonio con una bella ragazza con una ricca
dote? Il giovane Gabriele reagisce con forza.“Ho in me tante energie
e mi sento attratto verso la vita con prepotenza. Ciò che Lei chiama
rinuncia è per me guadagno e ricchezza. Ciò che mi propone è solo
zavorra che rallenta la corsa verso la vita. Se voltassi le spalle a
Dio ben presto mi inginocchierei davanti agli idoli… che si rivelano
presto esigenti, crudeli, fatali. Servire gli idoli è firmare la
propria condanna e salire al patibolo con un cappio al collo. Il mio
Signore mi propone la libertà e la vita”. La parentesi si chiude,
Gabriele lascia la residenza del Conte . Si ritrova solo, nella
strada deserta, pellegrino che ha un cammino da compiere e una meta
da raggiungere.
Alcuni studiosi della vita del nostro Venerabile hanno
considerato questa parentesi del Taborin presso i Montillet di
Champdor il sigillo della sua vocazione. La tentazione di una
sistemazione felice e definitiva doveva essere forte. Non piu’
fatiche e affanni, contestazioni, resistenze e calunnie, ma
esistenza agiata, serena, gaudente. La luce e il fuoco e la grazia
di Cristo lo investono e lo sostengono. E Gabriele canta vittoria.
Così scrive o canta:“Cerco la pace nel tempio in cui risiede il Dio
fedele, mio Signore. Tu corri pure alle dimore dei grandi di questo
mondo; io scelgo la pace profonda della tenda del Signore”.
Consapevole che la vocazione cristiana è esigente, decide di
impegnarsi a fondo. Diventa testimone.Ma il Signore bussa, urge
sollecita e insiste. Gabriele deve essere anche profeta. Parlare nel
nome di Dio.Tutti i suoi talenti devono essere messi in opera nella
vigna del Signore. Nel paese di Jeurre, il parroco non riesce piu’ a
rivolgere la parola alla gente. Un giorno riesce a gridare alla
gente che gli ha già voltato le spalle “ Volevo solo presentarvi fr.
Gabriele”. Gabriele parla e la gente alla fine commenta: “ Non ci
hanno inviato un maestro per i nostri figli, ci hanno inviato un
missionario”. Il Taborin non ha studi di specializzazione, non ha
approfondito né teologia teoretica, né apologetica, e ignora le
sottigliezze del Diritto Canonico ma la verità gli brucia dentro, lo
zelo per la casa del Signore lo sorregge, lo rende coraggioso e
audace.
Ricordate Francesco d’Assisi? Dal crocifisso di S. Damiano riceve
l’invito a restaurare la Chiesa. E subito il santo si veste da
muratore e restaura la chiesetta. Ma ben presto si rende conto che
la chiamata era diretta non alla chiesa di mattoni ma alla comunità
cristiana vacillante per la guida di pastori inetti e poco
responsabili.
Il Taborin si adopra per il culto degli altari, l’ordine nella
chiesa, ma poi si rivelano ai suoi occhi le necessità della Chiesa,
quella fatta di corpi e di anime, la Chiesa che tanti colpi funesti
aveva ricevuto in Francia . Accanto al primo , avremo il secondo, il
grande amore che si esprime in iniziativa volte all’educazione
cristiana , alla catechesi e all’evangelizzazione.
Gabriele appare come maestro della Parola ma di questa Parola
egli si sente discepolo prima che maestro. E’ la strategia dei santi
che, docili allo Spirito, prima si lasciano forgiare e modellare
secondo il vangelo e poi si adoprano per evangelizzare. Come
discepolo egli pratica e testimonia, come maestro insegna: con tocco
sempre intelligente ed efficace.
In quale misura il Taborin è stato associato alla passione di
Cristo? In altre parole, in che modo le sofferenze fisiche morali e
spirituali hanno contribuito a fare proclamare eroiche le sue virtù?
Sarebbe bello soffermarci ma temo di incontrare lo sguardo
implorante del Fratel Provinciale che invoca pietà per i presenti.
Perciò concludo. Quando arrivate a
Villa Brea e sterzate a destra per il posteggio auto, lasciate alla
vostra sinistra un bel cedro maestoso. E’ un cedro del Libano
piantato nel 1964, a cento dalla morte di fr. Gabriele. Il cedro è
cresciuto, sono passati altri 40 anni. Può essere attuale una
persona morta e sepolta 140 anni fa? Il Taborin è sempre piu’
attuale.Non sostengo che il Fondatore sia vivo in mezzo a noi, solo
il Cristo risorto è vivente in mezzo a noi, ma è vivo il messaggio e
l’insegnamento che ci ha lasciato, è vivo attraverso il suo esempio,
le sue intuizioni, la sua opera.
Ed è di grande attualità il suo intuito di laico che si rivolge a
laici per ricordare la loro missione e coinvolgerli
nell’edificazione della Chiesa. 100 anni prima del Concilio Vaticano
2°!!. Quando si diceva ai “cristifideles laici” : “ Il vostro ruolo
è di stare in ginocchio per pregare e seduti per ascoltare”.
Da Roma gli giunge il riconoscimento di catechista apostolico che lo
radica nell’impegno di evangelizzazione. Di ragazzi, giovani e
adulti.
Ancora oggi non avrebbe difficoltà a far cadere la sicurezza dei
giovani, a farli andare in crisi nel confronto della Parola di Dio
per strapparli dalla posa del conformismo o dell’anticonformismo per
buttarli nell’avventura di scelte evangeliche e profetiche.
Ma è proprio come catechista ed evangelizzatore che fratel Gabriele
è presente oggi al nostro pensiero perché l’evangelizzazione e la
catechesi sono state l’idea forza della sua anima, la chiave di
volta di tutta la sua opera.
O nostro Venerabile, le tue sofferenze, le tue lacrime, le
tue fatiche la tua fede, il tuo ottimismo siano compagni della
nostra vita di cristiani e di educatori. Aiutaci a entrare nel
convincimento che il Regno di Dio ha bisogno di noi, che Dio fa
affidamento sulle risorse del nostro cuore e della nostra
intelligenza e coltiva fiduciose attese del nostro ruolo di
religiosi, di insegnanti ed educatori.
Nella consapevolezza che le nostre parole sono leggere e lasciano
scarsa impronta, mentre la nostra testimonianza della nostra vita
grida, sprona e convince.
Fr. Angelo Raimondo
|