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Una data molto importante per noi: il 14 maggio |
Ai
Fratelli
ed ai Membri delle “Fraternità Nazarene”,
Nel mese di maggio appena concluso, mese
tradizionalmente dedicato alla Madonna, e durante il quale
abbiamo certamente pensato a fratel Gabriele ed alla sua
grande e filiale devozione alla nostra buona madre celeste, i
“Calendari religiosi” delle nostre Province hanno riportato
una data molto importante per noi: il 14 maggio, quest’anno
15° anniversario della promulgazione del “Decreto
sull’eroicità delle virtù di fratel Gabriele”, della
Congregazione per le Cause dei Santi, Documento che gli
Animatori provinciali della “Causa di Beatificazione”
hanno richiamato proponendo anche momenti di riflessione e di
preghiera
La data
è importante perché segna il primo grande riconoscimento della
santità di fratel Gabriele Taborin da parte della Chiesa, e,
come ebbe a scrivere il Postulatore in Urbe, inizio o
apertura per l’Istituto di una nuova era storica.
Quando mi sono accinto a scrivere questa lettera,
se qualcuno mi avesse chiesto di intitolarla avrei messo:
“Spigolando nel ‘Decreto sulla eroicità delle virtù del Servo
di Dio, fratel Gabriele Taborin, Fondatore dei Fratelli della
Sacra Famiglia di Belley,” aggiungendo, però, un
sottotitolo: “Cosa vi trovo che mi serva per la vita?”
Sì,
perché quello che scrivo non è certo qualcosa di nuovo, ma
vuole essere solo un invito a ricordare e riflettere su alcuni
aspetti della vita di fratel Gabriele, indicati anche nel
“decreto”.
Perché
il ricordare, però, non si riduca semplicemente ad un pio
sentimento, ma sia un “fare memoria”, capace di trasmetterci
qualcosa per la vita, il mio invito è di soffermarci ancora un
poco su alcuni punti di questo “decreto”. E a farlo con un
duplice sentimento: di ringraziamento a Dio per i doni
elargiti al nostro Fondatore, fratel Gabriele, e poi, di
domanda al Signore perché aiuti anche noi a fare fruttificare
i doni che ci ha dato.
Un
albero, come ben sappiamo, cresce rigoglioso e produce frutti
solo quando ha radici profonde, salde, ben radicate. Le radici
di fratel Gabriele le conosciamo bene ed il “decreto” ne
riporta alcune: la fede, l’umiltà, la pietà e devozione alla
Santa Famiglia di Nazaret, lo zelo per la gloria di Dio e la
salute delle anime… Da tali radici egli trasse la forza per
una donazione di sé, spinta fino all’immolazione totale nel
silenzio, ricco d’interiorità soprannaturale.
Una
prima realtà quindi che emerge dal “decreto”, e che non
può lasciarci indifferenti, è che fratel Gabriele non solo ha
tracciato una via alla santità, ma che è stato il primo a
percorrerla, e che non vuole rimanere l’unico. La sua vita,
autentico dono alla Chiesa, a ben considerare, fu
discretamente breve, 65 anni, e tuttavia egli non deve
scomparire, ma restare nella Chiesa come albero saldo,
chiamato a continuare a produrre i suoi frutti, e questo lo
può fare mediante ciascuno di noi, Fratelli e Membri delle
Fraternità Nazarene, suo spirituale prolungamento nel mondo di
oggi.
Pertanto un primo interrogativo che si presenta è:
“Mi sento un prolungamento della santità di fratel Gabriele
nel mondo di oggi?Quali sono i miei frutti?”
Prima di
addentrarci nel “decreto”, ripercorriamo insieme i fatti di
quei lontani giorni. Il 10 maggio 1991 nella Congregazione
Ordinaria, i Cardinali ed i Vescovi riconoscevano che il Servo
di Dio Gabriele Taborin aveva professato in grado eroico le
virtù teologali, cardinali e le altre ad esse relative; e
qualche giorno dopo il Cardinal Prefetto, Angelo Felici,
presentava una accurata relazione del tutto al Sommo Pontefice
Giovanni Paolo II. Il Papa, in accordo con i “Vota” della
Congregazione della Causa dei Santi, ordinava che venisse
pubblicato il “Decreto sulla eroicità delle virtù del Servo di
Dio”, che porta la data del 14 maggio, e che termina con
queste parole:
“Riconosciamo al Servo di Dio Gabriele Taborin, Fondatore
dell’Istituto dei Fratelli della Sacra Famiglia di Belley, ad
un grado eroico, le virtù della Fede, della Speranza e della
Carità, sia verso Dio sia verso il prossimo e così pure le
virtù cardinali di Prudenza, Giustizia, Temperanza e Fortezza
e le altre virtù a queste connesse”.
Fratel Gabriele uomo di fede.
La fede
è fiducia ed assume la sfumatura di obbedienza. Credere è sì
accettare il messaggio evangelico su Cristo come Salvatore, ma
implica anche riconoscimento, fiducia, ubbidienza, interiore
adesione, confessione,… Credere in Gesù significa riconoscerlo
come il rivelatore dell’amore di Dio, accoglierlo e
corrispondervi con un amore che si comprova nel prossimo.
Dunque rivelazione e fede, ma anche interpellazione e
risposta.
Colui
che è chiamato a credere deve uscire dalla propria situazione
e mettersi a seguire Cristo. Finché Matteo resta alla dogana o
Pietro attende alle reti, essi possono esercitare onestamente
la loro professione. Ma se vogliono imparare a credere in Dio,
devono seguire il Figlio di Dio camminando con Lui. Fratel
Gabriele questo lo ha fatto.
Fratel
Amedeo parlando della fede di fratel Gabriele ebbe infatti a
dire: “La fede era il principio, l’impulso di tutte le sue
azioni, di tutti i suoi passi e la preghiera costituiva tutta
la sua forza e la sua risorsa.” E poi ancora: “Lo
spirito di fede diventava visibile in lui. Il tono, l’ardore
della sua preghiera non erano forse una toccante
manifestazione della sua fede?”
Anche
fratel Federico Bouvet, suo segretario, lo sottolineò:“La
fede del nostro Fondatore, non venne mai meno. Ci ha
sovente ripetuto che nessun dubbio contro questa virtù è mai
stato in lui. Né gli scandali, né i contrattempi, e nemmeno le
prove che ebbe a subire da parte di coloro che avrebbero
dovuto essere assertori e sostenitori della sua iniziativa,
fecero presa sul suo animo forte. La fede, ci diceva,
deve brillare nello spirito e nel cuore di un religioso come
il sole brilla nel firmamento nei giorni belli e sereni. Il
religioso che non ha una fede viva è esposto alla perdizione…”
E poi:
“Oh! la fede del pio Fondatore non si rivelò solo nelle
parole o negli scritti: tutta la sua condotta ne fu una viva
immagine.”
Tutti
quelli che hanno conosciuto da vicino fratel Gabriele, come
chi lo ha incontrato una sola volta, sono unanimi nel dire che
la fede era una sua virtù caratteristica. Quella che dirigeva
la sua condotta, animava la sua vita, rischiarava tutte le sue
azioni. Ma soprattutto che la sua fu una fede attualizzata
nella carità, proprio come ci ricorda san Giacomo:
“Fratelli, a che serve se uno dice : -Io ho la fede!- e poi
non lo dimostra con i fatti?” ( Gc 2,14) E come con altra
espressione Giovanni riporta nella sua prima lettera (3,23):
“Questo è il suo comandamento, che crediamo nel nome del
figlio suo Gesù Cristo e che ci amiamo gli uni gli altri,
secondo il precetto che ci ha dato.”
Le opere
che faccio lasciano trasparire la mia fede?
Fratel Gabriele uomo umile.
È un
fatto certo: Gabriele non è nato umile; lo è diventato.
Già dai
racconti della sua infanzia emerge la figura di un leader,
autoritario, esigente, e talvolta esibizionista.
L’umiltà
è la virtù che il venerabile fratel Gabriele dovette
acquistare a poco a poco, e che certamente gli costò il più
grande sforzo.
Fu
soprattutto alla scuola di mons. Raymond Devie, Vescovo di
Belley e suo maestro spirituale, che fece il suo cammino.
Quanti saggi consigli, quanti richiami severi, del buon
vescovo: “Metta prima, gli diceva, profonde radici
nell’umiltà, nella vita nascosta, mortificata… Gli alberi che
crescono in fetta durano poco… Abbia, mio caro Fratello,
sempre molta fiducia in Dio, un po’ di umiltà, e non si fidi
troppo di se stesso”.
Da
esperto maestro spirituale il buon Vescovo sapeva però anche
notare ed apprezzare gli sforzi del suo alunno ed i suoi
miglioramenti: Un giorno ebbe a dirgli:“Da un certo tempo è
un po’ meno tagliente…”
E con il
Vescovo è stata sua severa maestra anche la vita, costellata
da vari episodi in cui dovette farsi forza, accettare
umilmente, ricominciare pazientemente.
A
Belmont nel 1832 ebbe a soffrire la grande umiliazione
pubblica da parte del parroco Bosson. A Vourles accettò il
ruolo di semplice postulante. Gli capitò di sottomettersi
sovente alla volontà di don Robert, il padre spirituale della
comunità, designato dal Vescovo, che non lo stimava molto.
La
povertà di Belmont l’obbligò a frequenti questue soprattutto a
Lione: “Bisognava talvolta subire rifiuti umilianti e non
era cosa di piccolo conto continuare per anni a stendere la
mano presso sconosciuti.”
Fratel
Federico, che in qualità di segretario controllava la sua
corrispondenza in arrivo, aggiunge un’ammirevole testimonianza
sull’umiltà del venerabile fratel Gabriele: “Riceveva amari
rimproveri, severe rimostranze: li accettava, non si lamentava
e rispondeva senza quasi farvi allusione. Riceveva lodi,
felicitazioni: ringraziava, ma ne attribuiva tutta la gloria a
Dio. Secondo lui non era capace che di tessere ragnatele: era
un povero e vile strumento di cui Dio degnava servirsi per far
un po’ di bene.”
In una
sua lettera inviata a mons. Devie possiamo leggere una
riflessione, in parte un poco la profezia della vita dei
Fratelli, e in parte la rivelazione dei sentimenti che l’hanno
animato: “I Fratelli della Sacra Famiglia procedono a
piccoli passi; è già bello che il loro povero Superiore riesca
a fare le cose ordinarie… Fondando l’Istituto dei Fratelli
della Sacra Famiglia il mio progetto non è mai stato quello di
farmi un nome, di fare valere la mia persona o la mia opera:
mi rendo conto di non esser altro che un servo inutile.”
Si
proclamò sempre indegno della carica che occupava; riconosceva
la limitatezza dei suoi studi. Voleva parlare e scrivere
semplicemente per mettersi alla portata di tutti.
Sono più
che convinto che il Santo Curato d’Ars, quando disse ai
Fratelli: “Siate sempre semplici ed umili”, se non
avesse temuto di offendere la modestia di fratel Gabriele,
avrebbe aggiunto: “come il vostro Fondatore”.
L’umiltà
è ancora una virtù?
Fratel Gabriele uomo forte e fiducioso in Dio.
Fratel
Gabriele di coraggio ne aveva e tanto. Possiamo chiederci da
dove lo attingeva. Ed anche qui la risposta è la stessa:
certamente dalle sorgenti interiori.
Percorrendo la sua vita vediamo che già nell’infanzia e poi
nella giovinezza a Belleydoux ebbe bisogno di forza per
affrontare la presa in giro dei suoi compagni più grandi, le
osservazioni e i rimproveri dei suoi fratelli, e poi la
rinuncia al sacerdozio, nonostante le pressioni dei genitori e
del parroco, per la scelta poco stimata, di religioso
Fratello, come gli spiattellò in faccia il barone di Champdor.
Sappiamo
che il distacco dalla sua famiglia, dal suo paese, dalla stima
che si era acquistata come insegnante e confidente del
parroco, per avventurarsi su un cammino con tante incognite,
non gli fu facile.
Ci
voleva però anche tanto coraggio per ricominciare, quando,
dopo grandi sforzi e speranze, si ritrovò una, due, tre volte…
solo, senza casa, e senza soldi.
Forza e
coraggio per non desistere, quando la calunnia lo infangò e
gli amici, quelli che aveva accolto, curato, istruito, lo
abbandonarono, sparlando dei suoi metodi, del suo Istituto
tanto amato, e mettendo persino in dubbio la sua moralità.
Al
termine del primo Capitolo generale della Congregazione i
Fratelli Capitolari vollero manifestare la loro profonda e
filiale riconoscenza per la sua costanza in mezzo a prove che
avrebbero scoraggiato un uomo meno forte di lui.
Certamente in più di una occasione gli saranno ritornate alla
mente le parole che mons. Devie, il papa Gregorio XVI, ed in
altra forma, ma con lo stesso senso, il curato d’Ars, gli
avevano detto: di non dimenticare mai che le prove sono il
sigillo delle opere di Dio, e che dopo alle prime ne arrivano
altre.
La sua
fortezza ha fatto il paio con la sua fiducia in Dio: “…se
l’ Istituto dei FSF é solamente opera mia scomparirà, ma se è
opera di Dio, lo saprà fare progredire.”
L’Istituto e le Fraternità Nazarene hanno bisogno di uomini e
donne forti, che sappiano continuare il loro cammino anche
quando in comunità, in famiglia, sul lavoro, la strada si fa
difficile e dura.
Fratel Gabriele uomo devoto della Santa Famiglia
L’accenno che il “decreto” fa ai Santi Patroni dell’Istituto è
breve, ma sufficiente per sottolineare come la scelta di Gesù,
Maria e Giuseppe sintetizza bene una “spiritualità fatta di
amore verso il Dio del nascondimento, intendendo con ciò
imitare il Divino Maestro appunto, nascosto nel paesello di
Nazaret, e velato, ma misteriosamente presente,
nell’Eucaristia”.
Tutti
noi, figli spirituali di fratel Gabriele, sappiamo che la
prima devozione, quella che apprese sulle ginocchia della
mamma, e che non abbandonò mai, fu mariana. E che durante il
soggiorno a Chatillon de Micaille, si era imposto una pratica
di preghiera “che non credette di avere omesso un solo
giorno”. Tutti i santi hanno avuto una devozione
particolare per la madre del Salvatore e non potrebbe essere
diversamente. Non c’è santità senza Maria, perché è Maria che
porta necessariamente a Gesù, secondo l’antico adagio: “Ad
Jesum per Mariam”.
Sappiamo
anche che il primo patrono che scelse per il suo piccolo
gruppo di amici fu San Giuseppe. Lo invocava e lo faceva
invocare. Una volta stabilitosi in via del Capitolo a Belley
scrisse al parroco di Montmélian: “Il buon san Giuseppe ci
ha procurato una casa.” E verso la fine della sua vita, il
20 ottobre del 1863 fece benedire solennemente da mons. De
Langalerie una statua di san Giuseppe che sistemò nel
campanile della Casa Madre, di fronte a quella della Vergine
Immacolata, eretta otto anni prima.
Quando,
però, la scelta della Santa Famiglia come prioritaria? E
perché?
Di certo
la sua famiglia non fu indifferente alla scelta di questi
Santi Patroni per l’Istituto; in essa infatti spesso venivano
messi i nomi Maria e Giuseppe.
L’incontro con mons. Devie a Genay il 25 febbraio del 1827
sembra abbia avuto un’importanza non indifferente per la
scelta del nome per la Congregazione, altrimenti sarebbero
incomprensibili i riferimenti che appaiono nella “Regola dei
Fratelli di San Giuseppe” del 1828-29. Leggiamo infatti nel 7°
capitolo, dove descrive la “professione”: “Cosa vi è di più
dolce e bello che rivolgersi a Gesù, Maria, Giuseppe: imitare
la loro castità, la loro obbedienza, la loro povertà e fare di
un Ordine che è loro consacrato la loro stabile dimora fino
alla morte”.
E poi
nel capitolo seguente, quando parla della castità: “La
preghiera, la vigilanza, ecco le loro uniche armi, e con Gesù,
Maria, Giuseppe non avranno a temere alcunché.”
L’insistenza a presentare mons. Devie come cofondatore della
Congregazione la possiamo leggere come un ulteriore
riconoscimento per il suo contributo nella fondazione.
Il primo
documento che porta il nome di “Società della Sacra
Famiglia” è la busta di una lettera del 12 luglio del
1833.
La
risposta al “perché” della scelta di questo “titolo” la
possiamo cogliere dai numerosi, riferimenti che leggiamo nei
suoi scritti ufficiali: le Costituzioni, le circolari, i libri
scritti per la gioventù e la famiglia, la sua numerosa
corrispondenza...
Farò
solo qualche breve richiamo alle varie Costituzioni o Regole.
Ho già
detto dei significativi accenni alla Santa Famiglia nelle
prime “Costituzioni e regolamenti dell’Ordine di San
Giuseppe”, del 1828/29, influenzati dall’incontro con mons.
Devie (momento della fondazione in pectore della Congregazione
della Santa Famiglia?).
Nell’unica copia manoscritta delle “Costituzioni dei
Catechisti di Saint-Arthaud”, contenuta nei nostri Archivi,
scritta probabilmente nel 1835, dietro invito di mons. Devie,
troviamo un unico accenno alla Santa Famiglia nel capitolo IV,
quando dice di solennizzare tutte feste esistenti prima della
Rivoluzione del 1792, e tra queste anche quella della Santa
Famiglia, “sotto il cui titolo è stata posta la cappella
del noviziato”.
Nelle
Costituzioni del 1836, le prime che portano il nome
“Fratelli della Sacra Famiglia”, sei articoli fanno
riferimento ai nostri Patroni. Nel primo si dice semplicemente
che la loro festa diventerà per i Fratelli la seconda per
importanza. Negli articolo II e III leggiamo che la
Congregazione è stata fondata per rendere onore alle sante
virtù di Gesù, Maria e Giuseppe, e per avere la loro
protezione in vita ed al momento della morte. Che i Fratelli
ne celebreranno la festa il giovedì nell’ottava della Natività
della Vergine tutti gli anni e nel modo più solenne, e che
nella Casa principale ed in tutte le altre che saranno
autorizzate ad avere una cappella, sarà la loro prima e
principale festa. Che sarà preceduta nella vigilia dal canto
dei vespri propri e che nel giorno della festa la Santa Messa
e gli uffici saranno celebrati nella maniera più solenne.
L’art.
III dice che i Fratelli si stimeranno felici di appartenere
alla Congregazione della Sacra Famiglia, e che s’impegneranno
ad avere la loro protezione con la pratica di tutte le virtù,
nelle quali ci è stata di esempio, soprattutto nella carità,
umiltà, castità, povertà, pazienza ed obbedienza. E che
prenderanno tutti i mezzi per rimanere uniti su questa terra
ai loro santi patroni con la preghiera e la meditazione per
ritrovarsi con loro un giorno nella beata eternità.
L’art.
XVII fa accenno all’anello del Superiore della casa di
noviziato, che dovrà essere contrassegnato dalle effigi dei
cuori di Gesù, Maria, Giuseppe.
Nell’art. XXXIII si legge che i Fratelli consacreranno a Dio i
loro primi pensieri, le loro prime parole, e le loro prime
azioni, innalzando a Lui i loro cuori e pronunciando i santi
nomi di Gesù, Maria e Giuseppe. L’art. XL fa riferimento al
sigillo della casa del noviziato, e alla carta intestata, che
dovranno riportare le effigi della S. Trinità e della Santa
Famiglia.
Nel
“Guide”, pubblicato nel 1839, (“Règlement journalier”, seconda
parte art.1), leggiamo: “La Congregazione è messa sotto la
protezione di Gesù, di Maria, e di Giuseppe; voi, dovete fare
ogni sforzo per imitare ogni giorno le virtù e la vita santa
dei vostri Patroni e Protettori.” Il 4° articolo invita
il Fratello ad elevare a Dio il suo cuore al momento
dell’alzata e a dire: “Gesù, Maria e Giuseppe, vi dono il
mio cuore e la mia anima, fatemi la grazia di trascorrere la
giornata nel vostro amore e nell’adempimento di tutti i miei
doveri.”
Agli
insegnanti, (terza parte art. 51), vengono indicati i mezzi
efficaci per formare il cuore dei loro alunni alla pietà
cristiana: la preghiera ed il buon esempio. Inoltre dice di
pregare per e con gli alunni, di chiedere a Gesù, Maria,
Giuseppe le grazie di cui gli uni e gli altri hanno bisogno, e
di dare loro sempre il buon esempio.
Nella
quarta parte -art. 67- ai Fratelli chiede che dopo la
Comunione preghino la Santa Famiglia per i Superiori e per i
Confratelli vivi e defunti.
Nel 1858
esce la “Nuova Guida”. Per capire l’importanza che il
Fondatore attribuiva a queste nuove Costituzioni, è
sufficiente leggere le prime righe della: ‘Proclamazione della
Nuova Guida: “…ricevetela quindi con rispetto,
considerandola per voi, come un secondo Vangelo”.
Dopo un
breve accenno al loro modo di comportarsi per beneficiare
della grazia da parte di Gesù e avere la protezione di loro
Santi Patroni, Maria e Giuseppe, (Statuti LXXV), negli
articoli 2-3-4 leggiamo della fortuna dei Fratelli di fare
pare di una Congregazione posta sotto i più grandi Santi:
“Che cosa c’è infatti nel cielo, dopo l’adorabile Trinità,
della Santa Famiglia, Gesù, Maria, Giuseppe? Chi ha dato
lezioni più belle di saggezza, esempi più grandi di virtù e di
santità? Chi ha più credito e potenza in cielo degli augusti e
santi Patroni dei religiosi della Sacra Famiglia?” (art.2)
“I Fratelli si ricorderanno con santa gioia che
sotto l’umile tetto di Nazaret, abitava la più augusta e la
più santa Famiglia, e che è da essa che la loro pia
Congregazione ha preso il bel nome che porta.”
(art.3) L’art. 4 fa riferimento alla
colpevolezza di un Fratello che con la sua condotta
disonorasse questi santi Patroni al cui nome ogni testa
dovrebbe piegarsi. E nell’art. 5 accenna ai grandi benefici
che il Fratello può ricevere dai santi Patroni, in vita ed in
morte.
Nel
capitolo XXVI parlando della festa della Sacra Famiglia dice
che è stata istituita perché fosse la festa propria dei
Fratelli, la più amata, e aggiunge: “Nostro Signore ha
detto che là dove è il nostro tesoro, là c’è anche il nostro
cuore. Il cuore di un cristiano, e soprattutto quello di un
Fratello della sacra Famiglia, dovrebbe essere sovente sotto
l’umile tetto di Nazaret, nel seno di questa augusta Famiglia
che unisce tutte le virtù umane e divine.” Gli art.
608,609,610 parlano del Superiore generale che fissa periodo e
giorno della festa, preferendo i momento in cui tutti i
Fratelli sono riuniti, proprio perché la festa possa essere
celebrata in forma più solenne possibile. Che deve essere
preziosa per tutti i Fratelli, per i beni spirituali che vi
sono annessi, per l’indulgenza plenaria concessa ai Fratelli
dal Sommo Pontefice, e soprattutto perché contribuisce a
rinserrare i vincoli di fraternità che li uniscono a Gesù,
Maria, Giuseppe. La considera una festa tutta celeste,
immagine delle feste del Paradiso. E perché sia più sentita,
vuole che nel giorno precedente ci si prepari con la
celebrazione dei primi vespri, e se è possibile con una
processione e la venerazione delle reliquie.
Il Santo
Curato d’Ars, nel primo incontro con fratel Gabriele, “si
era felicitato con lui perché aveva dato alla sua
Congregazione il nome di Sacra Famiglia”.
La
felicitazione più grande, però, fratel Gabriele l’ebbe quando
nel 1852 durante la tenuta del primo Capitolo generale della
Congregazione i Fratelli Capitolari gli hanno manifestato
tutta la loro filiale riconoscenza per aver “messo la
Società sotto il nome di Gesù, Maria e Giuseppe,… nella quale
-proclamavano- vogliamo vivere e morire e compiere
tutto il bene che potremo”.
Parlando dei Patroni della Congregazione e del suo
nome definitivo, ho riportato solo i riferimenti più
importanti, che si riscontrano nelle “Costituzioni”. Ci sono
però altri scritti nei quali fratel Gabriele parla dei nostri
Patroni in forma veramente filiale e fiduciosa. È sufficiente
elencarne alcuni: i libri scritti per la scuola e le famiglie,
la numerosa corrispondenza, le “Circolari” ai
Fratelli…
Termino facendo accenno ad uno di questi testi.
Nella
“Circolare n. 18” del 6 agosto 1861, scriveva a proposito di
una immagine fatta stampare: “Tutti desiderano avere il
ritratto delle persone amate o di quelle dalle quali si sono
ricevuti dei favori. Vi è forse qualcuno che dobbiamo amare di
più di Dio, della santa Vergine e di san Giuseppe, e che
secondo la fede, ci abbia fatto un bene più grande? Queste
considerazioni, carissimi Fratelli, mi hanno portato a fare
stampare un’immagine che rappresenti la Santa Trinità e la
Santa Famiglia. Procurandovi questa bella e preziosa immagine,
così adatta a suscitare il nostro amore e la nostra
riconoscenza verso Dio e verso i nostri santi Patroni, ho
creduto di rispondere ai vostri desideri…”
L’amore,
la devozione alla Santa Famiglia hanno accompagnato fratel
Gabriele fino alla morte.
Nei
primi paragrafi del suo “testamento spirituale”, scritto poco
prima di morire, e precisamente il 23 agosto del 1864,
leggiamo: “Dopo aver invocato con sentimenti di fede e di
speranza l’aiuto dello Spirito Santo, della Santa Famiglia,
Gesù, Maria, Giuseppe… ho redatto il testamento spirituale per
la maggior gloria di Dio e per fare conoscere le grazie di cui
il Signore si è degnato di colmarmi.”
Certamente, sul letto di morte, le sue labbra avranno per
l’ultima volta mormorato quell’invocazione che tante volte ha
insegnato e pregato: “O Gesù, Giuseppe, Maria, spiri in
pace con voi, l’anima mia.”
Il mio
augurio, terminando questo scritto, è che il nostro “fare
memoria” ci aiuti a riflettere sulla nostra vita e,
all’esempio di fratel Gabriele e in conformità al suo
desiderio, crescere sempre più nell’amore di Dio e del
prossimo.
Fraternamente in Gesù, Maria, Giuseppe
Fratel Carlo Ivaldi.
Postulatore g
Roma,
01 – 06 – 2006
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