Fr. Carlo Ivaldi      Una data molto importante per noi: il 14 maggio
    H. Teodoro Berzal      Fratello universale
    Fr. Angelo Raimondo      Il sigillo della misione
    Fr. Enzo Biemmi      Sono molto contento
    Fr. Ettore Moscatelli      La fine di un Patriarca
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Una data molto importante per noi: il 14 maggio

Ai Fratelli
ed ai Membri delle “Fraternità Nazarene”,

             Nel mese di maggio appena concluso, mese tradizionalmente dedicato alla Madonna, e durante il quale abbiamo certamente pensato a fratel Gabriele ed alla sua grande e filiale devozione alla nostra buona madre celeste, i “Calendari religiosi” delle nostre Province hanno riportato una data molto importante per noi: il 14 maggio, quest’anno 15° anniversario della promulgazione del “Decreto sull’eroicità delle virtù di fratel Gabriele”, della Congregazione per le Cause dei Santi, Documento che gli Animatori provinciali della “Causa di Beatificazione” hanno richiamato proponendo anche momenti di riflessione e di preghiera

La data è importante perché segna il primo grande riconoscimento della santità di fratel Gabriele Taborin da parte della Chiesa, e, come ebbe a scrivere il Postulatore in Urbe, inizio o apertura per l’Istituto di una nuova era storica. 

            Quando mi sono accinto a scrivere questa lettera, se qualcuno mi avesse chiesto di intitolarla  avrei messo: “Spigolando nel ‘Decreto sulla eroicità delle virtù del Servo di Dio, fratel Gabriele Taborin, Fondatore dei Fratelli della Sacra Famiglia di Belley,” aggiungendo, però, un sottotitolo: “Cosa vi trovo che mi serva per la vita?”

Sì, perché quello che scrivo non è certo qualcosa di nuovo, ma vuole essere solo un invito a ricordare e riflettere su alcuni aspetti della vita di fratel Gabriele, indicati anche nel “decreto”.

Perché il ricordare, però,  non si riduca semplicemente ad un pio sentimento, ma sia un “fare memoria”, capace di trasmetterci qualcosa per la vita, il mio invito è di soffermarci ancora un poco su alcuni punti di questo “decreto”. E a farlo con un duplice sentimento: di ringraziamento a Dio per i doni elargiti al nostro Fondatore, fratel Gabriele, e poi, di domanda al Signore perché aiuti anche noi a fare fruttificare i doni che ci ha dato.

Un albero, come ben sappiamo, cresce rigoglioso e produce frutti solo quando ha radici profonde, salde, ben radicate. Le radici di fratel Gabriele le conosciamo bene ed il “decreto” ne riporta alcune: la fede, l’umiltà, la pietà e devozione alla Santa Famiglia di Nazaret, lo zelo per la gloria di Dio e la salute delle anime… Da tali radici egli trasse la forza per una donazione di sé, spinta fino all’immolazione totale nel silenzio, ricco d’interiorità soprannaturale.

Una prima realtà quindi che emerge dal “decreto”, e che non può lasciarci indifferenti, è che fratel Gabriele non solo ha tracciato una via alla santità, ma che è stato il primo a percorrerla, e che non vuole rimanere l’unico. La sua vita, autentico dono alla Chiesa, a ben considerare, fu discretamente breve, 65 anni, e tuttavia egli non deve scomparire, ma restare nella Chiesa come albero saldo, chiamato a continuare a produrre i suoi frutti, e questo lo può fare mediante ciascuno di noi, Fratelli e Membri delle Fraternità Nazarene, suo spirituale prolungamento nel mondo di oggi.

            Pertanto un primo interrogativo che si presenta è: “Mi sento un prolungamento della santità di fratel Gabriele nel mondo di oggi?Quali sono i miei frutti?” 

Prima di addentrarci nel “decreto”, ripercorriamo insieme i fatti di quei lontani giorni. Il 10 maggio 1991 nella Congregazione Ordinaria, i Cardinali ed i Vescovi riconoscevano che il Servo di Dio Gabriele Taborin aveva professato in grado eroico le virtù teologali, cardinali e le altre ad esse relative; e qualche giorno dopo il Cardinal Prefetto, Angelo Felici, presentava una accurata relazione del tutto al Sommo Pontefice Giovanni Paolo II. Il Papa, in accordo con i “Vota” della Congregazione della Causa dei Santi, ordinava che venisse pubblicato il “Decreto sulla eroicità delle virtù del Servo di Dio”, che porta la data del 14 maggio, e che termina con queste parole:

“Riconosciamo al Servo di Dio Gabriele Taborin, Fondatore dell’Istituto dei Fratelli della Sacra Famiglia di Belley, ad un grado eroico, le virtù della Fede, della Speranza e della Carità, sia verso Dio sia verso il prossimo e così pure le virtù cardinali di Prudenza, Giustizia, Temperanza e Fortezza e le altre virtù a queste connesse”.
 

Fratel Gabriele uomo di fede.

La fede è fiducia ed assume la sfumatura di obbedienza. Credere è sì accettare il messaggio evangelico su Cristo come Salvatore, ma implica anche riconoscimento, fiducia, ubbidienza, interiore adesione, confessione,… Credere in Gesù significa riconoscerlo come il rivelatore dell’amore di Dio, accoglierlo e corrispondervi con un amore che si comprova nel prossimo. Dunque rivelazione e fede, ma anche interpellazione e risposta.

Colui che è chiamato a credere deve uscire dalla propria situazione e mettersi a seguire Cristo. Finché Matteo resta alla dogana o Pietro attende alle reti, essi possono esercitare onestamente la loro professione. Ma se vogliono imparare a credere in Dio, devono seguire il Figlio di Dio camminando con Lui. Fratel Gabriele questo lo ha fatto.

Fratel Amedeo parlando della fede di fratel Gabriele ebbe infatti a dire: “La fede era il principio, l’impulso di tutte le sue azioni, di tutti i suoi passi e la preghiera costituiva tutta la sua forza e la sua risorsa.” E poi ancora: “Lo spirito di fede diventava visibile in lui. Il tono, l’ardore della sua preghiera non erano forse una toccante manifestazione della sua fede?”

Anche fratel Federico Bouvet, suo segretario, lo sottolineò:“La fede del nostro Fondatore, non venne mai meno. Ci ha sovente ripetuto che nessun dubbio contro questa virtù è mai stato in lui. Né gli scandali, né i contrattempi, e nemmeno le prove che ebbe a subire da parte di coloro che avrebbero dovuto essere assertori e sostenitori della sua iniziativa, fecero presa sul suo animo forte. La fede, ci diceva, deve brillare nello spirito e nel cuore di un religioso come il sole brilla nel firmamento nei giorni belli e sereni. Il religioso che non ha una fede viva è esposto alla perdizione…”

E poi: “Oh! la fede del pio Fondatore non si rivelò solo nelle parole o negli scritti: tutta la sua condotta ne fu una viva immagine.”

Tutti quelli che hanno conosciuto da vicino fratel Gabriele, come chi lo ha incontrato una sola volta, sono unanimi nel dire che la fede era una sua virtù caratteristica. Quella che dirigeva la sua condotta, animava la sua vita, rischiarava tutte le sue azioni. Ma soprattutto che la sua fu una fede attualizzata nella carità, proprio come ci ricorda san Giacomo: “Fratelli, a che serve se uno dice : -Io ho la fede!- e poi non lo dimostra con i fatti?” ( Gc 2,14) E come con altra espressione Giovanni riporta nella sua prima lettera (3,23): “Questo è il suo comandamento, che crediamo nel nome del figlio suo Gesù Cristo e che ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato.”

Le opere che faccio lasciano trasparire la mia fede? 

Fratel Gabriele uomo umile.

È un fatto certo: Gabriele non è nato umile; lo è diventato.

Già dai racconti della sua infanzia emerge la figura di un leader, autoritario, esigente, e talvolta esibizionista.

L’umiltà è la virtù che il venerabile fratel Gabriele dovette acquistare a poco a poco, e che certamente gli costò il più grande sforzo.

Fu soprattutto alla scuola di mons. Raymond Devie, Vescovo di Belley e suo maestro spirituale, che fece il suo cammino. Quanti saggi consigli, quanti richiami severi, del buon vescovo: “Metta prima, gli diceva, profonde radici nell’umiltà, nella vita nascosta, mortificata… Gli alberi che crescono in fetta durano poco… Abbia, mio caro Fratello, sempre molta fiducia in Dio, un po’ di umiltà, e non si fidi troppo di se stesso”.

Da esperto maestro spirituale il buon Vescovo sapeva però anche notare ed apprezzare gli sforzi del suo alunno ed i suoi miglioramenti: Un giorno ebbe a dirgli:“Da un certo tempo è un po’ meno tagliente…”

E con il Vescovo è stata sua severa maestra anche la vita, costellata da vari episodi in cui dovette farsi forza, accettare umilmente, ricominciare pazientemente.

A Belmont nel 1832 ebbe a soffrire la grande umiliazione pubblica da parte del parroco Bosson. A Vourles accettò il ruolo di semplice postulante. Gli capitò di sottomettersi sovente alla volontà di don Robert, il padre spirituale della comunità, designato dal Vescovo, che non lo stimava molto.

La povertà di Belmont l’obbligò a frequenti questue soprattutto a Lione: “Bisognava talvolta subire rifiuti umilianti e non era cosa di piccolo conto continuare per anni a stendere la mano presso sconosciuti.”

Fratel Federico, che in qualità di segretario controllava la sua corrispondenza in arrivo, aggiunge un’ammirevole testimonianza sull’umiltà del venerabile fratel Gabriele: “Riceveva amari rimproveri, severe rimostranze: li accettava, non si lamentava e rispondeva senza quasi farvi allusione. Riceveva lodi, felicitazioni: ringraziava, ma ne attribuiva tutta la gloria a Dio. Secondo lui non era capace che di tessere ragnatele: era un povero e vile strumento di cui Dio degnava servirsi per far un po’ di bene.”

 In una sua lettera inviata a mons. Devie possiamo leggere una riflessione, in parte un poco la profezia della vita dei Fratelli, e in parte la rivelazione dei sentimenti che l’hanno animato: “I Fratelli della Sacra Famiglia procedono a piccoli passi; è già bello che il loro povero Superiore riesca a fare le cose ordinarie… Fondando l’Istituto dei Fratelli della Sacra Famiglia il mio progetto non è mai stato quello di farmi un nome, di fare valere la mia persona o la mia opera: mi rendo conto di non esser altro che un servo inutile.”

Si proclamò sempre indegno della carica che occupava; riconosceva la limitatezza dei suoi studi. Voleva parlare e scrivere semplicemente per mettersi alla portata di tutti.

Sono più che convinto che il Santo Curato d’Ars, quando disse ai Fratelli: “Siate sempre semplici ed umili”, se non avesse temuto di offendere la modestia di fratel Gabriele, avrebbe aggiunto: “come il vostro Fondatore”.

L’umiltà è ancora una virtù? 

Fratel Gabriele uomo forte e fiducioso in Dio.

Fratel Gabriele di coraggio ne aveva e tanto. Possiamo chiederci da dove lo attingeva. Ed anche qui la risposta è la stessa: certamente dalle sorgenti interiori.

Percorrendo la sua vita vediamo che già nell’infanzia e poi nella giovinezza a Belleydoux ebbe bisogno di forza per affrontare la presa in giro dei suoi compagni più grandi, le osservazioni e i rimproveri dei suoi fratelli, e poi la rinuncia al sacerdozio, nonostante le pressioni dei genitori e del parroco, per la scelta poco stimata, di religioso Fratello, come gli spiattellò in faccia il barone di Champdor.

Sappiamo che il distacco dalla sua famiglia, dal suo paese, dalla stima che si era acquistata come insegnante e confidente del parroco, per avventurarsi su un cammino con tante incognite, non gli fu facile.

Ci voleva però anche tanto coraggio per ricominciare, quando, dopo grandi sforzi e speranze, si ritrovò una, due, tre volte… solo, senza casa, e senza soldi.

Forza e coraggio per non desistere, quando la calunnia lo infangò e gli amici, quelli che aveva accolto, curato, istruito, lo abbandonarono, sparlando dei suoi metodi, del suo Istituto tanto amato, e mettendo persino in dubbio la sua moralità.

Al termine del primo Capitolo generale della Congregazione i Fratelli Capitolari vollero manifestare la loro profonda e filiale riconoscenza per la sua costanza in mezzo a prove che avrebbero scoraggiato un uomo meno forte di lui.

Certamente in più di una occasione gli saranno ritornate alla mente le parole che mons. Devie, il papa Gregorio XVI, ed in altra forma, ma con lo stesso senso, il curato d’Ars, gli avevano detto: di non dimenticare mai che le prove sono il sigillo delle opere di Dio, e che dopo alle prime ne arrivano altre.

La sua fortezza ha fatto il paio con la sua fiducia in Dio: “…se l’ Istituto dei FSF é solamente opera mia scomparirà, ma se è opera di Dio, lo saprà fare progredire.”

L’Istituto e le Fraternità Nazarene hanno bisogno di uomini e donne forti, che sappiano continuare il loro cammino anche quando in comunità, in famiglia, sul lavoro, la strada si fa difficile e dura. 

Fratel Gabriele uomo devoto della Santa Famiglia

L’accenno che il “decreto” fa ai Santi Patroni dell’Istituto è breve, ma sufficiente per sottolineare come la scelta di Gesù, Maria e Giuseppe sintetizza bene una “spiritualità fatta di amore verso il Dio del nascondimento, intendendo con ciò imitare il Divino Maestro appunto, nascosto nel paesello di Nazaret, e velato, ma misteriosamente presente, nell’Eucaristia”.

Tutti noi, figli spirituali di fratel Gabriele, sappiamo che la prima devozione, quella che apprese sulle ginocchia della mamma, e che non abbandonò mai, fu mariana. E che durante il soggiorno a Chatillon de Micaille, si era imposto una pratica di preghiera “che non credette di avere omesso un solo giorno”. Tutti i santi hanno avuto una devozione particolare per la madre del Salvatore e non potrebbe essere diversamente. Non c’è santità senza Maria, perché è Maria che porta necessariamente a Gesù, secondo l’antico adagio: “Ad Jesum per Mariam”.

Sappiamo anche che il primo patrono che scelse per il suo piccolo gruppo di amici fu San Giuseppe. Lo invocava e lo faceva invocare. Una volta stabilitosi in via del Capitolo a Belley scrisse al parroco di Montmélian: “Il buon san Giuseppe ci ha procurato una casa.” E verso la fine della sua vita, il 20 ottobre del 1863 fece benedire solennemente da mons. De Langalerie una statua di san Giuseppe che sistemò nel campanile della Casa Madre, di fronte a quella della Vergine Immacolata, eretta otto anni prima.

Quando, però, la scelta della Santa Famiglia come prioritaria? E perché?

Di certo la sua famiglia non fu indifferente alla scelta di questi Santi Patroni per l’Istituto; in essa infatti spesso venivano messi i nomi Maria e Giuseppe.

L’incontro con mons. Devie a Genay il 25 febbraio del 1827 sembra abbia avuto un’importanza non indifferente per la scelta del nome per la Congregazione, altrimenti sarebbero incomprensibili i riferimenti che appaiono nella “Regola dei Fratelli di San Giuseppe” del 1828-29. Leggiamo infatti nel 7° capitolo, dove descrive la “professione”: “Cosa vi è di più dolce e bello che rivolgersi a Gesù, Maria, Giuseppe: imitare la loro castità, la loro obbedienza, la loro povertà e fare di un Ordine che è loro consacrato la loro stabile dimora fino alla morte”.

E poi nel capitolo seguente, quando parla della castità: “La preghiera, la vigilanza, ecco le loro uniche armi, e con Gesù, Maria, Giuseppe non avranno a temere alcunché.”

L’insistenza a presentare mons. Devie come cofondatore della Congregazione la possiamo leggere come un ulteriore riconoscimento per il suo contributo nella fondazione. 

Il primo documento che porta il nome di “Società della Sacra Famiglia” è la busta di una lettera del 12 luglio del 1833.

La risposta al “perché” della scelta di questo “titolo” la possiamo cogliere dai numerosi, riferimenti che leggiamo nei suoi scritti ufficiali: le Costituzioni, le circolari, i libri scritti per la gioventù e la famiglia, la sua numerosa corrispondenza... 

Farò solo qualche breve richiamo alle varie Costituzioni o Regole.

Ho già detto dei significativi accenni alla Santa Famiglia nelle prime “Costituzioni e regolamenti dell’Ordine di San Giuseppe”, del 1828/29, influenzati dall’incontro con mons. Devie (momento della fondazione in pectore della Congregazione della Santa Famiglia?).

Nell’unica copia manoscritta delle “Costituzioni dei Catechisti di Saint-Arthaud”, contenuta nei nostri Archivi, scritta probabilmente nel 1835, dietro invito di mons. Devie, troviamo un unico accenno alla Santa Famiglia nel capitolo IV, quando dice di solennizzare tutte feste esistenti prima della Rivoluzione del 1792, e tra queste anche quella della Santa Famiglia, “sotto il cui titolo è stata posta la cappella del noviziato”.

Nelle Costituzioni del 1836, le prime che portano il nome “Fratelli della Sacra Famiglia”, sei articoli fanno riferimento ai nostri Patroni. Nel primo si dice semplicemente che la loro festa diventerà per i Fratelli la seconda per importanza. Negli articolo II e III leggiamo che la Congregazione è stata fondata per rendere onore alle sante virtù di Gesù, Maria e Giuseppe,  e per avere la loro protezione in vita ed al momento della morte. Che i Fratelli ne celebreranno la festa il giovedì nell’ottava della Natività della Vergine tutti gli anni e nel modo più solenne, e che nella Casa principale ed in tutte le altre che saranno autorizzate ad avere una cappella, sarà la loro prima e principale festa. Che sarà preceduta nella vigilia dal canto dei vespri propri e che nel giorno della festa la Santa Messa e gli uffici saranno celebrati nella maniera più solenne.

L’art. III dice che i Fratelli si stimeranno felici di appartenere alla Congregazione della Sacra Famiglia, e che s’impegneranno ad avere la loro protezione con la pratica di tutte le virtù, nelle quali ci è stata di esempio, soprattutto nella carità, umiltà, castità, povertà, pazienza ed obbedienza. E che prenderanno tutti i mezzi per rimanere uniti su questa terra ai loro santi patroni con la preghiera e la meditazione per ritrovarsi con loro un giorno nella beata eternità.

L’art. XVII fa accenno all’anello del Superiore della casa di noviziato, che dovrà essere contrassegnato dalle effigi dei cuori di Gesù, Maria, Giuseppe.

Nell’art. XXXIII si legge che i Fratelli consacreranno a Dio i loro primi pensieri, le loro prime parole, e le loro prime azioni, innalzando a Lui i loro cuori e pronunciando i santi nomi di Gesù, Maria e Giuseppe. L’art. XL fa riferimento al sigillo della casa del noviziato, e alla carta intestata, che dovranno riportare le effigi della S. Trinità e della Santa Famiglia.  

Nel “Guide”, pubblicato nel 1839, (“Règlement journalier”, seconda parte art.1), leggiamo: “La Congregazione è messa sotto la protezione di Gesù, di Maria, e di Giuseppe; voi, dovete fare ogni sforzo per imitare ogni giorno le virtù e la vita santa dei vostri Patroni e Protettori.”  Il 4° articolo invita il Fratello ad elevare a Dio il suo cuore al momento dell’alzata e a dire: “Gesù, Maria e Giuseppe, vi dono il mio cuore e la mia anima, fatemi la grazia di trascorrere la giornata nel vostro amore e nell’adempimento di tutti i miei doveri.”

Agli insegnanti, (terza parte art. 51), vengono indicati i mezzi efficaci per formare il cuore dei loro alunni alla pietà cristiana: la preghiera ed il buon esempio. Inoltre dice di pregare per e con gli alunni, di chiedere a Gesù, Maria, Giuseppe le grazie di cui gli uni e gli altri hanno bisogno, e di dare loro sempre il buon esempio.

Nella quarta parte -art. 67- ai Fratelli chiede che dopo la Comunione preghino la Santa Famiglia per i Superiori e per i Confratelli vivi e defunti.  

Nel 1858 esce la “Nuova Guida”. Per capire l’importanza che il Fondatore attribuiva a queste nuove Costituzioni, è sufficiente leggere le prime righe della: ‘Proclamazione della Nuova Guida: “…ricevetela quindi con rispetto, considerandola per voi, come un secondo Vangelo”.

 Dopo un breve accenno al loro modo di comportarsi per beneficiare della grazia da parte di Gesù e avere la protezione di loro Santi Patroni, Maria e Giuseppe, (Statuti LXXV), negli articoli 2-3-4 leggiamo della fortuna dei Fratelli di fare pare di una Congregazione posta sotto i più grandi Santi: “Che cosa c’è infatti nel cielo, dopo l’adorabile Trinità, della Santa Famiglia, Gesù, Maria, Giuseppe? Chi ha dato lezioni più belle di saggezza, esempi più grandi di virtù e di santità? Chi ha più credito e potenza in cielo degli augusti e santi Patroni dei religiosi della Sacra Famiglia?” (art.2)

“I Fratelli si ricorderanno con santa gioia che sotto l’umile tetto di Nazaret, abitava la più augusta e la più santa Famiglia, e che è da essa che la loro pia Congregazione ha preso il bel nome che porta.” (art.3) L’art. 4 fa riferimento alla colpevolezza di un Fratello che con la sua condotta disonorasse questi santi Patroni al cui nome ogni testa dovrebbe piegarsi. E nell’art. 5 accenna ai grandi benefici che il Fratello può ricevere dai santi Patroni, in vita ed in morte.

Nel capitolo XXVI parlando della festa della Sacra Famiglia dice che è stata istituita perché fosse la festa propria dei Fratelli, la più amata, e aggiunge: “Nostro Signore ha detto che là dove è il nostro tesoro, là c’è anche il nostro cuore. Il cuore di un cristiano, e soprattutto quello di un Fratello della sacra Famiglia, dovrebbe essere sovente sotto l’umile tetto di Nazaret, nel seno di questa augusta Famiglia che unisce tutte le virtù umane e divine.” Gli art. 608,609,610 parlano del Superiore generale che fissa periodo e giorno della festa, preferendo i momento in cui tutti i Fratelli sono riuniti, proprio perché la festa possa essere celebrata in forma più solenne possibile. Che deve essere preziosa per tutti i Fratelli, per i beni spirituali che vi sono annessi, per l’indulgenza plenaria concessa ai Fratelli dal Sommo Pontefice, e soprattutto perché contribuisce a rinserrare i vincoli di fraternità che li uniscono a Gesù, Maria, Giuseppe. La considera una festa tutta celeste, immagine delle feste del Paradiso. E perché sia più sentita, vuole che nel giorno precedente ci si prepari con la celebrazione dei primi vespri, e se è possibile con una processione e la venerazione delle reliquie. 

Il Santo Curato d’Ars, nel primo incontro con fratel Gabriele, “si era felicitato con lui perché aveva dato alla sua Congregazione il nome di Sacra Famiglia”.

La felicitazione più grande, però, fratel Gabriele l’ebbe quando nel 1852 durante la tenuta del primo Capitolo generale della Congregazione i Fratelli Capitolari gli hanno manifestato tutta la loro filiale riconoscenza per aver “messo la Società sotto il nome di Gesù, Maria e Giuseppe,… nella quale -proclamavano- vogliamo vivere e morire e compiere tutto il bene che potremo”.

            Parlando dei Patroni della Congregazione e del suo nome definitivo, ho riportato solo i riferimenti più importanti, che si riscontrano nelle “Costituzioni”. Ci sono però altri scritti nei quali fratel Gabriele parla dei nostri Patroni in forma veramente filiale e fiduciosa. È sufficiente elencarne alcuni: i libri scritti per la scuola e le famiglie, la numerosa corrispondenza, le “Circolari” ai Fratelli…           

            Termino facendo accenno ad uno di questi testi.

Nella “Circolare n. 18” del 6 agosto 1861, scriveva a proposito di una immagine fatta stampare: “Tutti desiderano avere il ritratto delle persone amate o di quelle dalle quali si sono  ricevuti dei favori. Vi è forse qualcuno che dobbiamo amare di più di Dio, della santa Vergine e di san Giuseppe, e che secondo la fede, ci abbia fatto un bene più grande? Queste considerazioni, carissimi Fratelli, mi hanno portato a fare stampare un’immagine che rappresenti la Santa Trinità e la Santa Famiglia. Procurandovi questa bella e preziosa immagine, così adatta a suscitare il nostro amore  e la nostra riconoscenza verso Dio e verso i nostri santi Patroni, ho creduto di rispondere ai vostri desideri…” 

L’amore, la devozione alla Santa Famiglia hanno accompagnato fratel Gabriele fino alla morte.

Nei primi paragrafi del suo “testamento spirituale”, scritto poco prima di morire, e precisamente il 23 agosto del 1864, leggiamo: “Dopo aver invocato con sentimenti di fede e di speranza l’aiuto dello Spirito Santo, della Santa Famiglia, Gesù, Maria, Giuseppe… ho redatto il testamento spirituale per la maggior gloria di Dio e per fare conoscere le grazie di cui il Signore si è degnato di colmarmi.”

Certamente, sul letto di morte, le sue labbra avranno per l’ultima volta mormorato quell’invocazione che tante volte ha insegnato e pregato: “O Gesù, Giuseppe, Maria, spiri in pace con voi, l’anima mia.”  

Il mio augurio, terminando questo scritto, è che il nostro “fare memoria” ci aiuti a riflettere sulla nostra vita e, all’esempio di fratel Gabriele e in conformità al suo desiderio, crescere sempre più nell’amore di Dio e del prossimo. 

Fraternamente in Gesù, Maria, Giuseppe

Fratel Carlo Ivaldi.
Postulatore g

Roma, 01 – 06 – 2006
 

1

FRATELLO UNIVERSALE


    
La beatificazione di Carlo di Foucauld (13 novembre 2005) mette in risalto nella Chiesa e nella società attuale il valore della fraternità.    
    Guardando a Gesù di Nazaret, Carlo di Foucauld ha saputo vivere la fraternità anche in mezzo al deserto e con persone che non condividevano la sua fede cristiana. Amava chiamarsi in effetti "fratello universale".

     Questo ricorda a noi Fratelli della Sacra Famiglia e a tutte le persone che ci stanno attorno, come anche fratel Gabriele Taborin ha saputo vivere, nelle circostanze del suo tempo, il vangelo della fraternità. 

      Egli fu e rimase Fratello, nonostante la debolezza di questo modo di vita nella Chiesa del suo tempo. In uno dei suoi scritti ricordava la bellezza del nome Fratello: "I nomi importanti ispirano ed esigono rispetto, ma il nome di Fratello non ispira che semplicità, bontà e carità" (Nuova Guida, 6) 

    L'attuale progetto di vita dei Fratelli raccoglie e ripropone questa eredità in alcune espressioni molto significative in uno dei paragrafi intitolato precisamente “Essere Fratelli di tutti e con tutti”.

"La fraternità, costitutiva della nostra identità, è la nostra guida in una prospettiva di rifondazione e di fedeltà creativa alla nostra vocazione. Questa prospettiva richiede:
-di vivere lo spirito di famiglia, il quale ci aiuterà a diventare fratelli di tutti, testimoni di Dio Padre, che è vicino agli uomini e alla Chiesa, focolare e scuola di comunione.
-di stabilire dei rapporti che rendano visibile la fraternità, attraverso uno stile di vita semplice, aperto e accogliente e ponendo in atto atteggiamenti di incontro e di riconciliazione."
 

     I
n una prospettiva cristiana e storica, e malgrado le fatiche e i problemi che viviamo nelle relazioni fraterne in famiglia, in comunità e nei nostri ambienti sociali, possiamo condividere l'idea secondo la quale le rivoluzioni della libertà (liberalismo del XIX secolo) e dell'uguaglianza (comunismo del XX) sono fallite perchè non avevano come base quella della solidarietà e della fraternità da farsi nel nostro XXI secolo.  
                                                                                                                           
Fr. Teodoro Berzal

Belley, novembre 2005
 

2

"Sono molto contento"

   Fratel Gabriel Taborin nasce in Francia, nella regione di Lione, il 1 novembre 1799. La sua vita è stata un tentativo originale di vivere il Vangelo dentro la comunità ecclesiale e nel contesto sociale francese del XIX secolo. 

   Nato negli ultimi giorni della Rivoluzione, vive la sua infanzia guidato dal desiderio di animare i suoi compagni. Inviato in seminario, ne esce dopo 3 anni. È in parte attratto dalla vita monastica, in parte dalla passione catechistica. Negli anni giovanili, all'interno del suo villaggio, mette a punto una scelta particolare, quella del Fratello: un laico consacrato che dona la sua vita per l'animazione della comunità parrocchiale, tramite la catechesi, l'animazione della liturgia, il compito di maestro dentro la scuola elementare ai suoi primi passi.

    A 25 anni lascia il paese e crea la prima piccola comunità di fratelli, i Fratelli di San Giuseppe. Sarà solo nel 1835 che nasceranno i Fratelli della Sacra Famiglia.

    Dà ai suoi Fratelli una regola di vita, li invia nelle parrocchie povere della Francia, da soli o in coppia. I Fratelli vivono in stretto legame con il parroco, sono come Gabriele animatori della comunità, da religiosi laici.

    Sono tre i grandi valori che con la sua vita ha trasmesso: il senso profondo di appartenenza ecclesiale, mai rinnegato malgrado le incomprensioni profonde avute da preti e vescovi; il senso di religiosità laicale, cioè di appar­tenenza a Dio ma nella modalità propria del battesimo, come ogni cristiano: la sua rinuncia ad essere prete si comprende in questa ottica; infine il senso della fraternità, nel rapporto con le persone e all'interno della comunità religiosa.

    Ha coltivato il sogno di riconciliare la Francia alla fede, ha lavorato per ricomporre l'unità, come lui diceva, tra il cittadino e il cristiano, convinto che per essere veramente umani bisognava essere profondamente cri­stiani. 

    La sua spiritualità è stata semplice, persino povera, perché non aveva una cultura teologica:

- le preghiere che ogni cristiano faceva nell'800;
- la devozione a Maria, con la recita giornaliera del rosario;
- lunghi momenti passati in silenzio davanti al Santissimo;
- l'intuizione che il riferimento a Nazaret poteva costituire il modello evangelico più consono alla vocazione di Fratello, con i valori della semplicità, della povertà, del lavoro, della comunione. 

   È morto serenamente, a 65 anni, ringraziando Dio per i benefici ricevuti e chiedendo perdono per i suoi peccati. Le sue ultime parole sono state: "Sono molto contento". 
                                                                                                           Di fratel Enzo Biemmi
 

3

Il sigillo della missione

    Ho gradito l’incarico di parlare del nostro Fondatore e Padre come un invito a nozze a dimostrazione della stima e dell’affetto che ho per Lui. In risposta anche a un Confratello che mi diceva “ Tu vuoi piu’ bene a don Bosco che al Taborin”. In realtà voglio bene a don Bosco e al nostro Taborin. Don Bosco è il santo della mia terra. Il Taborin è il santo di famiglia. Nel suo nome e nel suo carisma ho giocato la mia vita, a lui sono legato da vincoli di figliolanza spirituale e da vivo senso di riconoscenza. Mi rammarico solo di non aver a disposizione la tenace costanza di fr. Fiorenzo el’intelligenza perspicace di fr. Enzo. Ecco, piu’ che commemorazione ho preparato qualche considerazione.

    I santi si possono paragonare agli astri del nostro firmamento, che brillano di luce riflessa. Non si può parlare solo di luce riflessa, il discorso deve riguardare anche e soprattutto la fonte della luce. E la fonte è Cristo, il sole che emana la luce, e grazie alla quale i santi possono, risplendere.

    Mi ha colpito un racconta che ho letto qualche giorno fa. In Inghilterra un uomo era stato accusato di omicidio e il puritano Cromwell lo aveva condannato a morte. La moglie del condannato non si da pace, supplica Cromwell di cancellare la condanna. Cromwell è inflessibile. “Deve morire – dice.- Domani all’alba, dopo i rintocchi della campana, sarà giustiziato”. L’indomani, prima dei rintocchi, la donna si porta vicino alla campana e pone le sue mani là dove il pesante battaglio colpisce la campana. Niente rintocchi al mattino, solo gemiti di una donna che ha le mani peste e sanguinanti. Quando Cromwell vede quelle mani ferite e coperte di sangue dice alla donna:” Vedo che ami davvero tanto tuo marito. Mi hai commosso, non ucciderò tuo marito”.

    La fede cristiana dice che Dio ha pronta una sentenza di condanna contro l’uomo peccatore. Ma Dio deve fare i conti con suo Figlio il quale non esita di offrire il suo sangue per il riscatto. E quando il Padre vede quel sangue sulla bilancia della giustizia,si arrende. Impugna l’arma della misericordia e perdona.

   Veniamo al giovane Gabriele Taborin. Burrascose circostanze sociali e politiche lo obbligano a chiudere il convitto.Si rifugia presso il conte di Champdor. Sistemazione ottimale.Che cosa sarà passato, viene da chiederci, che cosa sarà passato nella mente e nel cuore di Gabriele durante quella parentesi della sua vita? Possiamo immaginarlo. In veste di amico e confidente si avvicina il tentatore e gli bisbiglia:” Finalmente un po’ di pace, Gabriele. Eri stanco. Ne avevi bisogno. Hai trovato il posto che meriti. Sei un uomo di talento, il conte conosce il tuo “savoir faire” e apprezza l’alto livello di “bon ton”. Questa sera sarai anche tu alla serata danzante con Champagne e tante belle donne. Non perdere l’occasione. Finalmente scoprirai che cosa è la vita!” Gabriele schivo, vigile e attento passa il tempo libero a pregare. E a riflettere sul vangelo.

    Nelle sue lunghe ore di preghiera contempla il Cristo seduto nella gloria alla destra del Padre ma il suo sguardo non si stacca dal crocifisso, dall’uomo dei dolori che non ha piu’ sembianza di uomo rivestito solo di piaghe e di sangue. Sguardi appassionati possono portare la vita ma anche la morte. Gli sguardi appassionati di Davide inducono il re al crimine. Gli sguardi appassionati del Taborin sul Cristo che serenamente va incontro alla morte lo inducono alla donazione di se stesso, alla santità. E riflette: “……sic nos amantem, quis non redamaret?”. « Come si fa a non amare un tale amante ?». E il suo cuore arde di amore per Cristo e per i fratelli. Appena giunge notizia che la rivoluzione è rientrata, Gabriele va dal Conte e si licenzia. Il Conte prova un impulso di rabbia. “Lasci i nobili Montillet di Champdor? E hai già deciso senza farmene parola!”

   Nella persona del Conte prende di nuovo forma il tentatore. “La tua scelta è un cammino verso la morte. Intravedo per te uno scenario di funerale. Presto non proverai altro che dolore e rimpianto. Ti offro un’opportunità su un piatto d’argento. E osi rifiutarlo? Non ti interessa nemmeno il matrimonio con una bella ragazza con una ricca dote? Il giovane Gabriele reagisce con forza.“Ho in me tante energie e mi sento attratto verso la vita con prepotenza. Ciò che Lei chiama rinuncia è per me guadagno e ricchezza. Ciò che mi propone è solo zavorra che rallenta la corsa verso la vita. Se voltassi le spalle a Dio ben presto mi inginocchierei davanti agli idoli… che si rivelano presto esigenti, crudeli, fatali. Servire gli idoli è firmare la propria condanna e salire al patibolo con un cappio al collo. Il mio Signore mi propone la libertà e la vita”. La parentesi si chiude, Gabriele lascia la residenza del Conte . Si ritrova solo, nella strada deserta, pellegrino che ha un cammino da compiere e una meta da raggiungere.

    Alcuni studiosi della vita del nostro Venerabile hanno considerato questa parentesi del Taborin presso i Montillet di Champdor il sigillo della sua vocazione. La tentazione di una sistemazione felice e definitiva doveva essere forte. Non piu’ fatiche e affanni, contestazioni, resistenze e calunnie, ma esistenza agiata, serena, gaudente. La luce e il fuoco e la grazia di Cristo lo investono e lo sostengono. E Gabriele canta vittoria.  Così scrive o canta:“Cerco la pace nel tempio in cui risiede il Dio fedele, mio Signore. Tu corri pure alle dimore dei grandi di questo mondo; io scelgo la pace profonda della tenda del Signore”.

    Consapevole che la vocazione cristiana è esigente, decide di impegnarsi a fondo. Diventa testimone.Ma il Signore bussa, urge sollecita e insiste. Gabriele deve essere anche profeta. Parlare nel nome di Dio.Tutti i suoi talenti devono essere messi in opera nella vigna del Signore. Nel paese di Jeurre, il parroco non riesce piu’ a rivolgere la parola alla gente. Un giorno riesce a gridare alla gente che gli ha già voltato le spalle “ Volevo solo presentarvi fr. Gabriele”. Gabriele parla e la gente alla fine commenta: “ Non ci hanno inviato un maestro per i nostri figli, ci hanno inviato un missionario”. Il Taborin non ha studi di specializzazione, non ha approfondito né teologia teoretica, né apologetica, e ignora le sottigliezze del Diritto Canonico ma la verità gli brucia dentro, lo zelo per la casa del Signore lo sorregge, lo rende coraggioso e audace.

   Ricordate Francesco d’Assisi? Dal crocifisso di S. Damiano riceve l’invito a restaurare la Chiesa. E subito il santo si veste da muratore e restaura la chiesetta. Ma ben presto si rende conto che la chiamata era diretta non alla chiesa di mattoni ma alla comunità cristiana vacillante per la guida di pastori inetti e poco responsabili.

Il Taborin si adopra per il culto degli altari, l’ordine nella chiesa, ma poi si rivelano ai suoi occhi le necessità della Chiesa, quella fatta di corpi e di anime, la Chiesa che tanti colpi funesti aveva ricevuto in Francia . Accanto al primo , avremo il secondo, il grande amore che si esprime in iniziativa volte all’educazione cristiana , alla catechesi e all’evangelizzazione.

    Gabriele appare come maestro della Parola ma di questa Parola egli si sente discepolo prima che maestro. E’ la strategia dei santi che, docili allo Spirito, prima si lasciano forgiare e modellare secondo il vangelo e poi si adoprano per evangelizzare. Come discepolo egli pratica e testimonia, come maestro insegna: con tocco sempre intelligente ed efficace.

   In quale misura il Taborin è stato associato alla passione di Cristo? In altre parole, in che modo le sofferenze fisiche morali e spirituali hanno contribuito a fare proclamare eroiche le sue virtù? Sarebbe bello soffermarci ma temo di incontrare lo sguardo implorante del Fratel Provinciale che invoca pietà per i presenti.

     Perciò concludo.  Quando arrivate a Villa Brea e sterzate a destra per il posteggio auto, lasciate alla vostra sinistra un bel cedro maestoso. E’ un cedro del Libano piantato nel 1964, a cento dalla morte di fr. Gabriele. Il cedro è cresciuto, sono passati altri 40 anni. Può essere attuale una persona morta e sepolta 140 anni fa?  Il Taborin è sempre piu’ attuale.Non sostengo che il Fondatore sia vivo in mezzo a noi, solo il Cristo risorto è vivente in mezzo a noi, ma è vivo il messaggio e l’insegnamento che ci ha lasciato, è vivo attraverso il suo esempio, le sue intuizioni, la sua opera.

   Ed è di grande attualità il suo intuito di laico che si rivolge a laici per ricordare la loro missione e coinvolgerli nell’edificazione della Chiesa. 100 anni prima del Concilio Vaticano 2°!!. Quando si diceva ai “cristifideles laici” : “ Il vostro ruolo è di stare in ginocchio per pregare e seduti per ascoltare”.
Da Roma gli giunge il riconoscimento di catechista apostolico che lo radica nell’impegno di evangelizzazione. Di ragazzi, giovani e adulti.

   Ancora oggi non avrebbe difficoltà a far cadere la sicurezza dei giovani, a farli andare in crisi nel confronto della Parola di Dio per strapparli dalla posa del conformismo o dell’anticonformismo per buttarli nell’avventura di scelte evangeliche e profetiche.

Ma è proprio come catechista ed evangelizzatore che fratel Gabriele è presente oggi al nostro pensiero perché l’evangelizzazione e la catechesi sono state l’idea forza della sua anima, la chiave di volta di tutta la sua opera.

    O nostro Venerabile, le tue sofferenze, le tue lacrime, le tue fatiche la tua fede, il tuo ottimismo siano compagni della nostra vita di cristiani e di educatori. Aiutaci a entrare nel convincimento che il Regno di Dio ha bisogno di noi, che Dio fa affidamento sulle risorse del nostro cuore e della nostra intelligenza e coltiva fiduciose attese del nostro ruolo di religiosi, di insegnanti ed educatori.

   Nella consapevolezza che le nostre parole sono leggere e lasciano scarsa impronta, mentre la nostra testimonianza della nostra vita grida, sprona e convince.

                                     
                                                                          Fr. Angelo Raimondo
                                                                                         

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La morte di fratel Gabriele: la fine di un patriarca.
(Riflessioni nel 24 novembre 2005 in margine allo studio biblico su Giobbe)
 

     “Egli era un uomo giusto che temeva Dio. Integro e lontano dal male.!” (Gb1,1) L’inizio del  libro di Giobbe  è anche la carta di identità di Gabriele Taborin. Come l’eroe biblico, anche il nostro si spegnerà attorniato dai suoi numerosi figli spirituali, finalmente in pace con se stesso, con il suo Consiglio generale e con l’autorità ecclesiale.

     Come il patriarca Simeone, egli canta il “Nunc dimittis”, ora che ha visto le opere di Dio, quel Dio con il quale e per il quale ha giocato la partita della vita. Dagli smacchi iniziali, cocenti, ma da leggere come inevitabili sconfitte di una fondazione avventurosa e a volte ingenua e spericolata, agli insuccessi meno eclatanti ma più corrosivi delle defezioni dei suoi Fratelli e delle non infrequenti brutte figure davanti a parroci e sindaci. La vergognosa accusa di omosessualità che gli merita la sfiducia a vita del Governo francese, il sogno spezzato delle missioni lontane, il fallimento della Trappa mitigata, l’ostruzionismo a volte ottuso di una parte del clero e dell’episcopato, sono i pesanti macigni piombati su di lui come le famose disgrazie di Giobbe.

     1864. Siamo alla fine. Sgorga il canto del ringraziamento ed il sublime inno alla carità fraterna dell’ultima circolare estiva. Riemergono come catarsi senile e a chiusura del cerchio ideale dell’esistenza terrena i simulacri di Belleydoux, la scuola di campagna, le campane e la devozione a S.Anna. Nell’ultimo incontro con i suoi Fratelli nel ritiro spirituale autunnale, Gabriele va all’essenziale perché gli mancano il tempo, le forze e la voce citando testualmente Giobbe: “Schivate il male: questa è la vera intelligenza” (Gb 28,28) Lui che “senza troppa scienza e senza eccessivo discernimento” (Gb 42,3) aveva buttato il cuore al di là del fossato, fondando un istituto  così inusuale fidando ostinatamente in quella frase “se quest’opera viene da me morirà presto, ma se viene da Dio, Egli saprà farla vivere”, ora, di fronte alla morte, affronta serenamente il giudizio di Dio, dei suoi confratelli e della Storia.

    Le gioie, i trionfi e i riconoscimenti:  Roma, Carlo Alberto e le lettere entusiastiche di centinaia di parroci rapiti dalla felice intuizione di un carisma senza precedenti, avevano per lungo tempo sopito il pensiero dell’ineluttabile fine. Quasi che il singolare mandato di rimanere “superiore a vita” gli conferisse anche il dono dell’immortalità. Ora però. in questo uggioso novembre di sofferenza e di umiliante inefficienza  in un letto di dolore, anche l’eroe viene richiamato bruscamente all’ineluttabile conclusione.

     Wir setzen uns mit Tranen nieder  Riposa finalmente in pace!  Il corale struggente che chiude la Passione secondo Matteo di Bach di fronte all’Uomo-Dio inchiodato ad un palo, (usato anche da Pasolini nel suo film sul Vangelo), coglie sul volto del defunto l’infinita stanchezza di un uomo che ha speso tutto se stesso per gli altri, ma nel contempo svela già, dietro i tratti del viso ormai disteso nella serenità della morte, la gioiosa certezza del premio: il volto di Dio radioso e affascinante.

     Di questo santo volto, “la sofferenza e la morte ne hanno sentito parlare” (Gb 28,22) Ma solo all’ultimo minuto si scoprono le carte e si vince la partita. Dio viene finalmente incontro al suo servo per invitarlo in cielo a condividerne la gloria. Ora Gabriele esclama come “il paziente” della Bibbia nel suo tormentato epilogo: “Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi finalmente ti vedono” (Gb 42,5). Venerabile fratel Gabriele prega ora per noi!

                                                                                                                     F.Ettore Moscatelli