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“…Come
sono belli sui monti
i piedi del messaggero di lieti annunzi”
Is 52, 7
Carissimi Fratelli e amici,
Come ogni anno anche in questo mese di novembre 2006
desidero proporvi una riflessione su un aspetto
particolare della vita di fratel Gabriele, nostro padre
Fondatore. Lo faccio soffermandomi sul suo desiderio di
essere missionario in terre lontane, “missionario ad
gentes”. Questo richiamo mi viene suggerito da
quanto in questi tempi il Signore ha dato e sta ancora
dando di contemplare nella nostra Congregazione.
Personalmente infatti, nella disponibilità di alcuni
nostri Fratelli ho visto lo slancio di evangelizzatore e
di promotore dell’uomo di fratel Gabriele. Li ho visti
sereni nel lasciare la loro terra, il loro mondo con le
sue comodità, per recarsi dove c’è chi soffre, sovente
proprio a causa dell’egoismo di chi potrebbe con poco
sforzo, alleviare le sofferenze; li ho osservati
coraggiosi nell’affrontare il mondo nuovo con tutte le
sue incognite, che li stava attendendo.
Ricordo brevemente questi avvenimenti, molto
significativi soprattutto per una piccola Congregazione
come la nostra, perché ognuno di noi ringraziando Dio
per il coraggio e la generosità di questi Confratelli,
li accompagni con la preghiera e con l’appoggio fraterno.
Il 27 settembre tre fratelli della
Provincia dell’Assunta (Spagna),
Fernando Cob, Saturnino
Alvarez, Carlos Amor, sono giunti
a
Bucaramanga, una cittadina nel nord della Colombia, per
impiantare una nostra comunità, desiderosa di
trasmettere a quelle terre non sempre calme, la
ricchezza del nostro carisma taboriniano e il dono
della loro presenza fatta di preghiera, di attenzione a
chi si trova in difficoltà, soprattutto dei più piccoli,
sovente vittime di un sistema ingiusto, e anche
portatori di offerte in denaro di tante persone generose,
che con lo stesso spirito di fratel Gabriele, vogliono
contribuire, a loro modo, alla missione dei Fratelli.
Qualche giorno dopo, e precisamente il 1° ottobre 2006 a
Villa Brea, si è svolto il “4° Incontro dei Campisti
SaFa”. Un simpatico raduno che ha richiamato tante
persone giovani e meno giovani, che hanno dedicato e
stanno ancora dedicando parte del loro tempo e delle
loro forze per tessere rapporti di amicizia e per
aiutare molti giovani a guardare con speranza il loro
futuro.
In quell’occasione
si è anche rivissuta, con la presentazione del libro
biografico della scrittrice Cristina Siccardi, la vita e
l’opera di un grande missionario, figlio spirituale di
fratel Gabriele Taborin, uno di quelli che ha
interpretato con vigore il suo senso missionario, fratel
Silvestro Pia, che per 46 anni in Burkina Faso ha
trasmesso con la testimonianza della vita, fatta di
sorriso, di attenzione, di accoglienza al povero, di
insegnamento ai giovani, di sudore e di sofferenze, il
carisma taboriniano. La presenza di tanta gente ai suoi
funerali è stata certamente la conferma che qualcuno ha
voluto loro bene e che per loro, soprattutto per i più
poveri ed abbandonati, ha speso la sua vita.
L’ultimo richiamo
“missionario” lo stiamo vivendo in questi giorni a Roma,
nella Curia generalizia, dove un giovane Fratello
argentino di 29 anni, fratel Miguel Del Corro, sta
trascorrendo alcuni giorni prima di trasferirsi nelle
Filippine, presso la nostra comunità di Lasang, per
continuare il cammino missionario tracciatoci da fratel
Gabriele Taborin, con quello stesso spirito da lui
vissuto, e che incontriamo in alcune sue lettere al
Vescovo mons. Joseph Crétin, in occasione del l’invio di
quattro Fratelli nella diocesi di S. Paul nel Minnesota
(USA).
Rileggiamo insieme
alcuni paragrafi della sua prima lettera, scritta il 27
febbraio 1854, dalla quale sprigiona con evidenza e
forza il suo grande desiderio di essere missionario:
…Come sarei felice
se qualche mio Fratello andasse a lavorare, sotto la
saggia direzione di sua Eccellenza, nella porzione
di terra che le è toccata in sorte nel campo del
Padre di famiglia, e portare così il buono odore di
Gesù Cristo al di là dei mari. Se la mia età ed i
legami indissolubili che mi obbligano a rimanere
nella sede della nostra Società non me lo
impedissero, sarei io stesso il primo a rispondere
alla sua chiamata pastorale, così lusinghiera per la
nostra Congregazione, che del resto Dio si compiace
di benedire. Personalmente ambisco di più il titolo
di catechista nelle missioni straniere che tutti i
titoli di dignità umane.
Questo per dirle, Monsignore, quanto
io sia desideroso di mandarle un gruppo di Fratelli
catechisti e maestri, persuaso che col soccorso
della grazia divina e l’assistenza dei suoi consigli
paterni, potrebbero fare un gran bene.»
Nella lettera del 25/10/1854, esprime al Vescovo le sue
speranze, i suoi desideri, la sua volontà ed il suo
cuore di padre, preoccupato per i figli:
" Monsignore,
… I quattro Fratelli che le avevo
promesso lasciano oggi la nostra Casa-madre per
venire a San Paolo; voglia, Monsignore, accoglierli
con la sua bontà paterna. Senza cessare di essere
membri della nostra Società e figli miei in
religione, diventeranno suoi.
… La prima lettera che ebbi l’onore
di inviarle, in data 27 febbraio scorso, riportava
le condizioni per l’invio dei nostri Fratelli.
Spetterà a lei, Monsignore, provvedere a tutti le
loro necessità, al loro mantenimento tanto in
malattia quanto in salute, ed alle loro spese di
viaggio nel caso, per qualsiasi ragione, fossero
obbligati a ritornare in patria.
È mio ardente desiderio che possano
erigere nella sua città episcopale un nostro
Noviziato per fornire non solo dei Fratelli per la
sua diocesi, ma anche per tutte le altre diocesi
dell’America, il tutto secondo i nostri Statuti di
cui i Fratelli le consegneranno un esemplare.
… Si potrebbe pure, Monsignore,
fondare un piccolo convitto, e farlo funzionare col
noviziato; offrirebbe alcune risorse economiche per
aiutare l’opera. Ella, Eccellenza, saprà saggiamente
sistemare ogni cosa per il meglio, e saprà tirare
fuori il meglio dai nostri Fratelli, assegnando a
ciascuno le funzioni alle quali dovranno dedicarsi.
Spero che trovi sempre in essi dei figli obbedienti.
I quattro Fratelli che le mando,
Monsignore, vengono in America col desiderio di fare
il bene; hanno accettato la loro missione con grandi
sentimenti di fede, e hanno mostrato grande
devozione per fare il bene al di là dei mari,
sebbene costi loro allontanarsi, per sempre, dai
loro genitori, dai loro confratelli e amici e dal
loro paese. Mi auguro che tutti possano ambientarsi
nel suo.
Spero che Dio conceda loro le grazie
di cui hanno bisogno, e che perseverino nella loro
santa vocazione. La prego di vegliare, Monsignore,
affinché le suggestioni del demonio, o le attrattive
del guadagno e delle altre cose di questo mondo, non
li abbaglino, come purtroppo è capitato a sacerdoti
e a religiosi di altre Congregazioni. Prego che una
tale disgrazia non capiti mai ai nostri Fratelli; mi
causerebbe il più grande dei dispiaceri e preferirei,
sebbene li ami tanto, vederli morire prima della
loro partenza, piuttosto che mandarli nel suo paese,
se dovessero cadere in una simile apostasia.”
Le
nostre Costituzioni raccolgono questa eredità spirituale.
C’è come un filo ininterrotto che va dal Fondatore ai
giorni nostri, portato avanti da tanti “Fratelli
missionari” che in luoghi di “missio ad gentes”
innalzano ancora oggi la fiaccola dell’evangelizzazione,
e il dono del mistero di salvezza che è Cristo (cf. Ef
3, 1-3.5-12).
Questi
nostri Fratelli ci ricordano quotidianamente che anche
noi dobbiamo essere missionari dove viviamo, e ci
invitano ad elevare lo sguardo verso altri orizzonti di
evangelizzazione, dove il carisma di fratel Gabriele può
offrire il dono della fraternità, della concretezza del
suo ideale nazareno, e dell’annuncio esplicito e forte
del mistero di salvezza che è Cristo e il suo Vangelo.
Oggi
con gioia riconosciamo che anche molti laici, sono
entrati in questo spirito, e la loro partecipazione alle
nostre missioni in Burkina e in Ecuador, lo confermano.
La speranza che abbiamo, e l’augurio che facciamo, è di
vederli presto anche collaboratori nelle Filippine, in
India ed in Colombia.
Tutti
dobbiamo ravvivare ogni giorno il nostro impegno ad
“essere missionario” là dove siamo. E lo possiamo fare
con la nostra fraternità, con la nostra parola,
annunciando la buona notizia di uno stesso Padre, che ci
fa fratelli, e ci ricorda che la prima frontiera da
oltrepassare è quella del nostro egoismo, del nostro
rimanere chiusi su di noi, e che se vogliamo percepire
l’orizzonte del suo Regno dobbiamo alzare lo sguardo
fino a Dio e non fermarci alle frontiere della terra.
Con il
Fondatore viviamo la certezza evangelica che tutto
quello che facciamo ad un nostro fratello lo facciamo a
Dio, e che quindi merita anche il sacrificio della vita.
Fr. Lino Da Campo
Superiore Generale
24 novembre 2006:
142° anniversario della nascita al cielo di Fr.
Gabriele Taborin
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